4 April, 2025
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Nulla sarà come prima. Man mano che le settimane passano, tutte quelle morti e la paura di morire scivoleranno nell’oblio. Eppure, nei rapporti sociali, fatti di politica, economia, cultura, questo incidente sanitario durato tre mesi modificherà gli schemi della convivenza. Avverrà lentamente. All’inizio questi incidenti sembrano piccoli episodi della storia, successivamente si manifestano nella loro grandiosità.

Capitò a Cristoforo Colombo quando scoprì l’America pensando di aver trovato solo una nuova strada per il commercio delle spezie e della seta. Invece aveva messo il seme di: Canada, Stati Uniti eAmerica Latina.

Esistono tre fili guida su cui corre la Storia: la cultura umanistica, la ricerca del benessere e l’astrazione religiosa. Sono le tre direttrici dell’identità. Poi esistono direttrici peculiari dei luoghi:

  • Sant’Antioco si identifica col suo porto ed il mare;
  • Carloforte nella sua insularità;
  • Il Sulcis nelle sue vigne ed allevamenti;
  • Carbonia e Iglesias nei loro ospedali e nelle attività industriali.

Inoltre queste città riconoscono una identità comune nella storia del loro “Sistema sanitario”.

La Sanità di Carbonia iniziò esattamente il 18 dicembre 1938 con il discorso di Benito Mussolini dalla Torre Littoria, nel tripudio popolare.

Allora esisteva a Carbonia un piccolo ospedaletto in piazza Cagliari. La storia di quei primi anni è scarsa. Abbiamo più notizie nel 1941. Siamo in pieno fascismo e in piena guerra. Le miniere producevano la materia prima per il consumo bellico di energia. 

I primi  professionisti sanitari vennero assunti, con regolare delibera, nel 1941.

La prima figura di Sanitario dipendente fu la signora Liliana Casotti, infermiera ostetrica. Venne assunta il 16 agosto 1941. Lei  da sola, fece nascere migliaia di bambini dalle donne della vasta città di 65.000 abitanti appena sorta.

Il 16 Settembre 1944 venne assunto il dottor Renato Meloni, chirurgo, urologo, ematologo, oncologo, ostetrico e ginecologo. Aveva 25 anni.

Questi due personaggi furono i progenitori del futuro mondo Sanitario.

Esiste su Youtube un bellissimo film documento con immagini di Carbonia in quegli anni. “Fascism in the family”. Interessantissimo. E’ stato girato da Barbara Serra, la famosa corrispondente da Londra di Al Jazeera. Racconta del Podestà di Carbonia di quegli anni: Vitale Piga. Era il nonno di Barbara. Nel film è ben tratteggiato l’ambiente umano di cui si prendeva cura l’Ospedale di piazza Cagliari.

Alla fine della guerra l’Ospedale nuovo, sorto fuori città, venne utilizzato dalle truppe Inglesi. Poi nel 1956, finito il dopoguerra, tutto il personale di piazza Cagliari si trasferì al Sirai. L’Ospedale era diventato “Ente Ospedaliero Comunale”, ed era classificato come “Ospedale zonale”. Al di sopra dell’ospedale zonale vi era l’”Ospedale Provinciale di Cagliari”, il San Giovanni di Dio. Nel passaggio tra anni ’60 e ’70 il Sirai, per il suo volume di attività, stava per essere riclassificato come Ospedale “Provinciale”. Era Sindaco Pietro Cocco. La procedura non andò a conclusione.

Intanto la compagine Sanitaria era cresciuta:

  • Nel 1945 venne assunto il nuovo primario chirurgo, proveniente dalla Patologia Chirurgica dell’Università di Cagliari, dottor Gaetano Fiorentino. Era un  reduce della campagna di Russia come chirurgo dell’ARMIR.    
  • Nel 1951 venne assunto il dottor Luciano Pittoni, chirurgo, pediatra, ginecologo, ostetrico, traumatologo, neurochirurgo e, soprattutto, anestesista. Fu il primo specialista in Anestesiologia in Sardegna. 
  • Nel 1953 fu assunto il dottor Giuseppe Porcella, chirurgo, traumatologo, proveniente da Sassari.
  • Nel 1954 venne assunto il dottor Enrico Pasqui che, all’età di 25 anni, iniziò a dirigere la Medicina Interna e la Pediatria.
  • Nel 1955 fu assunto il dottor Pasquale Tagliaferri: oculista.
  • Nel 1956 fu assunto il dottor Mario Casula: farmacista.
  • Nel 1956 fu assunto il dottor Enrico Floris: nuovo primario internista.

Nell’anno 1956 il corpo sanitario era formato da 9 persone di cui: di cui 7 medici, 1 ostetrica, 1 farmacista.

Da quel primordiale crogiolo fu generata la complessa organizzazione Sanitaria successiva.

L’Ospedale fu governato, negli anni di crescita, dal Sindaco Pietro Cocco. L’Amministratore era Dioclide Michelotto. Il “Consiglio di Amministrazione” era lo stesso “Consiglio Comunale di Carbonia”. Il Sindaco della città, era il Presidente dell’Ente Ospedaliero.

Il numero degli ammalati messi nelle mani di questi pochi medici era immenso. Si consideri che Carbonia agli albori degli anni ’60, aveva 60.000 abitanti; Sant’Antioco ne aveva 14.000; Carloforte ne aveva 7.000.

L’Ospedale aveva 384 posti letto, tre volte tanto gli attuali  posti letto per acuti. Vi erano due reparti di Medicina Interna, uno di pediatria, uno di Chirurgia Generale, uno di Traumatologia, uno di Ostetricia e Ginecologia, il Pronto Soccorso, la Radiologia, un attrezzato Laboratorio, un Centro Trasfusionale, un ambulatorio chirurgico oculistico per le operazioni di cataratta e rimozione dei corpi estranei dall’occhio, un ambulatorio di Otorinolaringoiatria, le cucine per i ricoverati , la Lavanderia, la falegnameria, le caldaie per il riscaldamento, la squadra di elettricisti, l’officina, la squadra di operai tecnici. Vi erano residenti in Ospedale le Suore Orsoline e i medici (dottor Gaetano Fiorentino, dottor Renato Meloni, dottor Luciano Pittoni). I chirurghi erano immediatamente presenti per le urgenze.

Si eseguivano 1.600 interventi chirurgici l’anno, contro gli 800 circa attuali.

Nascevano 2.000 bambini l’anno, contro gli attuali 300 circa di Carbonia e Iglesias assieme.

Le prestazioni sanitarie venivano pagate dalle Casse Mutue. Il Bilancio dell’Ente era sempre attivo e Il surplus veniva utilizzato per le opere pubbliche nella città di Carbonia. Attualmente invece i bilanci annuali sono in debito per milioni di euro.

Poi arrivò la crisi delle miniere, ma l’Ospedale sotto la guida del Comune, aumentò la consistenza numerica dei suoi dipendenti, e distribuì stipendi che tennero viva la rete commerciale locale. Pertanto, il buon funzionamento della Sanità si traduceva anche in un beneficio economico per il territorio.

Era sempre Presidente Pietro Cocco quando venne promulgata la legge più importante della storia Repubblicana: la legge 833 del 1978. Era la “Legge di Riforma sanitaria”. Fu una grandiosa rivoluzione. Nacquero le ASSL. Quella di Carbonia fu la n. 17; quella di Iglesias fu la n. 16. Scomparvero gli Enti Ospedalieri Comunali e comparvero le “Aziende Socio Sanitarie Locali”. Tutti i Comuni dell’hinterland, cioè il Sulcis, nominarono nel 1982 i Delegati Comunali per il “Comitato di Gestione della ASSL”. Tra i consiglieri comunali eletti, venne formato il Consiglio di Amministrazione della ASSL. Il primo Presidente, dopo Pietro Cocco, fu Antonio Zidda; il vicepresidente fu Andrea Siddi, che era anche Sindaco di Sant’Antioco.

Le deliberazioni della ASSL venivano assunte dopo confronti serrati sia fra i consiglieri comunali del territorio, sia fra Amministrazione e Sindacati.

L’epoca dei Comitati di Gestione fu un fermento di idee e di partecipazione popolare. Furono prese allora le decisioni di miglioramento dei Servizi Ospedalieri fino ad oggi.

Il numero dei Sanitari aumentò e le istanze dei Medici furono rappresentate, in Amministrazione, dal “Consiglio dei Sanitari”. Il parere dei Medici fu fondamentale per qualsiasi decisione di tipo sanitario. La collaborazione fu proficua.

La Direzione Amministrativa Sanitaria della Sardegna era attribuzione dell’Assessore regionale della Sanità che agiva come super-presidente delle ASSL.

In questa scala gerarchica della catena direzionale la volontà popolare del territorio era genuinamente rappresentata.

Negli anni ’90 il corso della storia della Sanità Ospedaliera cambiò bruscamente direzione.

Arrivarono i “Tecnici”. Tristi figure di scuola bocconiana che stravolsero il senso del “prendersi cura dell’Altro”. Gli Ospedali cambiarono nome: si chiamarono “Stabilimenti”. Anche i “pazienti” cambiarono nome: si chiamarono “clienti”. Il prodotto dello “Stabilimento” doveva essere gestito con le stesse regole con cui si producono e si vendono i prodotti industriali. L’obiettivo non era più il benessere sanitario ma il “bilancio”. Il numero di posti letto per mille abitanti fu portato da 6 a 3. Il “bilancio” fu l’ossessione contabile prevalente e si pretendeva di conservare “efficienza e efficacia” pur tagliando posti letto, organici e spese per aggiornamento strumentale e strutturale. Le dinamiche decisionali non derivavano più dal confronto fra i bisogni popolari e la parte politica, ma dalla sequenza rigida di azioni dettate dalla scaletta di un algoritmo. L’algoritmo spodestò lo “spirito di servizio” e la “mediazione” con le “forze sociali” attraverso un retinacolo di passaggi burocratici, impenetrabile al cittadino comune. Il cittadino comune, e anche il più alto rappresentante sanitario della città, il Sindaco, vennero tecnicamente espulsi dal luogo dove si formulano le proposte programmatiche e si prendono le decisioni. Questo fu il frutto delle continue rielaborazioni fino al totale sovvertimento della legge 833.

Il centro del nuovo mondo sanitario venne occupato dallo “apparato burocratico”. I pazienti e i medici vennero posti alla periferia di quel mondo o, più frequentemente, al di fuori.

Il dominio del puro risultato “contabile”  sulla mission di tutela sanitaria della 833 produsse:

  • L’annullamento dei Medici nelle dinamiche decisionali sanitarie,
  • L’annullamento degli Infermieri,
  • La riduzione degli Organici,
  • La conseguente chiusura di reparti medici e chirurgici,
  • La contrazione delle spese per attrezzature ed aggiornamenti,
  • L’accorpamento di reparti deteriorati,
  • La mancata sostituzione dei primari e personale andati in pensione,
  • La insoddisfazione della popolazione costretta a cercare assistenza altrove generando mobilità passiva,
  • L’accentramento della Sanità nelle città capoluogo,
  • L’impoverimento dei Servizi,
  • Le scandalose liste d’attesa.

E ne sono conseguiti:

  • La mobilità passiva verso Cagliari, Sassari ed il Continente,
  • Il trasferimento di somme enormi del Bilancio per pagare i Servizi Sanitari comprati dal capoluogo e dalle Case di Cura private.
  • La perdita, lenta, di circa 1.000 posti di lavoro tra Carbonia e Iglesias a vantaggio di Cagliari.
  • Le 1.000 buste paga scomparse in progressione dal Sulcis Iglesiente, tra la fine degli gli anni ’90 ed oggi, corrisponde a oltre un milione e mezzo di euro di stipendi al mese che manca alla rete commerciale locale.
  • In un anno mancano al circuito di danaro nel Sulcis Iglesiente almeno 18 milioni di euro.
  • La mancanza di soldi dal nostro territorio a vantaggio di territori già traboccanti di privilegi e servizi come Cagliari genera: povertà.
  • La povertà e la mancanza di lavoro chiudono il cerchio e si autoalimentano.
  • La fuga delle giovani coppie che ne consegue si traduce in spopolamento ed invecchiamento relativo.
  • I meno giovani restano in balia di un sistema che non è più “accogliente” come ai tempi dei “Comitati di Gestione” ma “respingente”.
  • Le lunghissime “liste d’attesa” sono la rappresentazione grafica perfetta del “respingimento” in atto.

Durante il “lockdown” abbiamo assistito ad un fenomeno impensabile: il “silenzio” dei Medici Ospedalieri.

Nessuno parla, nessuno informa, né partecipa alle ansie della gente. Muti lavorano, distogliendo lo sguardo.  Il “silenzio” dei Medici Ospedalieri è il sintomo chiaro della loro esclusione dalla Sanità.

Ora è il momento.

Se è vero che nulla sarà come prima, dobbiamo stare attenti. Il cambiamento può essere in meglio o anche in peggio.

Per tutto ciò che ho detto in premessa, questo è un momento storico: sul cavallo in corsa della nostra Storia Sanitaria è stato cambiato il cavaliere. Bisogna verificare chi è, e in quale direzione intende correre questo cavaliere post-Covid.              

Mario Marroccu         

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Il Sistema sanitario pubblico, in Sardegna, ha acquistato nuove macchine per l’estrazione dello RNA del Coronavirus, destinate a: Sassari, Olbia, Nuoro, Oristano. Le ASSL non ancora dotate di test per scovare i portatori Covid, sono quelle di Carbonia Iglesias, Lanusei e Sanluri.

Per spiegare meglio l’enorme importanza di questa dotazione di laboratorio per la caccia al Coronavirus, è necessario illustrare quanto sia fondata la richiesta urgente del servizio di “Diagnostica molecolare” per la ASSL di Carbonia Iglesias.

Questo è lo stato dei fatti, oggi 24 Maggio 2020:

-1- Il Paese è ripartito “alla cieca”.

-2- Non c’è un piano di “test e tamponi”.

-3- Non si parla più di “tracciamento digitale”.

-4- Non abbiamo neppure un’adeguata scorta di mascherine.

-5- La “Fase 2”  è difficilissima, eppure ci stiamo presentando inermi davanti al virus.

-6- Stiamo vedendo, soprattutto nelle regioni del Nord, “assembramenti” sui mezzi di trasporto.

-7- Ascoltiamo quotidianamente decreti di cui non vediamo l’efficacia.

-8- Manca la liquidità.

-9- Manca il “progetto nazionale per la ripresa”.

-10- Si lamentano ritardi per la “cassa integrazione”.

-11- Pare vi siano ritardi delle banche locali per far arrivare finanziamenti.

-12- Ritardi nei pagamenti di stipendi e fornitori.

-13- Niente piani per salvare l’occupazione.

Altro che “ricostruzione post-bellica!”.

Questa è una sintesi degli analisti economici dei giornali più letti e non schierati politicamente.

Vediamo ora un tentativo di analisi da un punto di vista medico-biologico della situazione.

Stiamo assistendo ad una “partenza alla cieca”, in un mondo primordiale di virus e microbi, che competono con gli altri esseri viventi. 

Alcuni di questi virus sono buoni: i “commensali”.

Altri sono patogeni: i parassiti obbligati, come i coronavirus.

Ogni specie fa una “guerra all’ultimo sangue” per la sopravvivenza a danno delle altre specie.

Questo concetto, della coesistenza non pacifica tra specie viventi, fu ben chiaro agli scienziati del 1800 e del 1900 quando si definiva il rapporto tra Uomini e Microbi con termini adatti a descrivere la violenza in guerra. Il professor Spanedda introduceva le sue lezioni di Immunologia con espressioni di Aldous Huxley dipingendo retoricamente la “Natura” “rossa di sangue nei denti e negli artigli”. I termini usati nei testi di Medicina richiamano sempre la cieca violenza, come: “aggressore” per i virus, mentre l’Uomo attaccato “mobilita forze difensive”. Il Medico “combatte” le malattie per “conquistare” la guarigione e, talvolta, perisce anch’esso nello scontro.

In questa Pandemia abbiamo visto tutti questi elementi di asprezza delle forze cattive della Natura quando si sviluppa la malattia.

Abbiamo anche visto che il Coronavirus è buono con i pipistrelli e cattivo con l’Uomo. Pertanto, la cattiveria è specie-specifica, e lo è pure l’”amicizia”. Conosciamo microbi che svolgono lavori molto utili per l’Uomo, come i “fermenti” della farina che ci danno il pane, i fermenti per la birra ed il vino e i fermenti che compongono il “Microbioma intestinale”.  Il “Microbioma intestinale” è un ammasso di cellule microbiche e di virus che vivono dentro di noi, e che ci fanno vivere bene. Addirittura comunicano col nostro cervello dandoci benessere e anche felicità, oppure ansia e depressione. Il nostro rapporto col mondo vivente ultra-piccolo è in genere buono. In pochi casi è cattivo. Allora si scatena la “malattia”, che è il conflitto tra il virus ed il nostro sistema immunitario. In genere il virus vince perché lui è il vero antico padrone del mondo, dove mise i suoi paletti di possesso nell’era pre-paleozoica, quando noi non esistevamo. Poi arrivammo noi ad occupare i suoi spazi e lo costringemmo a vivere in piccoli spazi come il caso dei virus Ebola e HIV dell’AIDS, che dovettero ridursi a vivere tra le scimmie della foresta africana o il caso del Coronavirus che si ridusse a vivere nei pipistrelli della caverne cinesi. Tentando di occupare anche questi ultimi spazi riservati al virus, l’Uomo l’ha costretto a cercarsi un altro ospite e l’ospite, il più disponibile e più numeroso in natura, è l’Uomo stesso. Così è riesplosa la guerra e non è una guerra ad armi pari. Loro sono estremamente più potenti.

In un contesto così difficile, la specie umana è sopravvissuta a epidemie nei millenni. Le Pandemie non sono state numerose. La storia, la leggenda e le religioni ci tramandano il ricordo delle più importanti:

-1- La strage dei primogeniti descritta tra le piaghe d’Egitto (1300-1200 a.C.) poteva configurarsi come una epidemia di morbillo o di vaiolo che si portò via tutti i nati degli ultimi anni. Anche in quel caso vi fu un “lockdown”: chiudersi in casa per sfuggire alla morte.

-2- L’Epidemia descritta nel primo libro dell’Iliade, con strage di guerrieri, cani e muli, voluta da Apollo per punire i greci che avevano offeso il sacerdote Crise.

-3- L’Epidemia del 430 a.C. ad Atene, durante la guerra del Peloponneso, quando morì Pericle.

-4- La “Peste Antonina” del 165 d.C. al tempo di Marcaurelio, portata dalle truppe reduci dall’Asia per la guerra contro i parti.

-5- La “Peste di Giustiniano” del 542 d.C.. Fu forse una malattia virale venuta dall’Etiopia.

-6- La “Peste nera”, 1347-48, da Yersinia Pestis giunta in Occidente dall’India e Cina, con il ratto nero e le sue pulci.

-7- La “Peste di Milano” del 1620, a cui seguirono le epidemie di peste di Alghero, Sassari, Oristano e Cagliari nel 1652, e le varie epidemie di Peste di Iglesias.

-8- La Spagnola del 1919-20 arrivata in Europa con le truppe americane dal Texas.

-9- Oggi il Coronavirus, Covid-19, venuto dalla Cina e manifestatosi in Occidente, in Italia il 21 febbraio 2020.

Abbiamo elencato 9 pandemie.

Inoltre, vi sono state numerose epidemie come quelle di vaiolo, colera, febbre petecchiale castrense, TBC, lebbra, ed influenze varie.

Ma le pandemie ufficiali sono quelle 9.

Pertanto stiamo vivendo una esperienza millenaria che verrà ricordata nei libri di storia.

Nei mesi di Febbraio, Marzo, Aprile, eravamo tutti consci della gravità della pandemia in corso.

Oggi, all’improvviso, tutto sembra dimenticato, come se fossimo diventati all’improvviso ciechi ed insensibili alla paura del contagio. Eppure vi sono dati vistosi di allerta:

  1. Il 21 Febbraio avevamo 1 contagiato in Italia. Il giorno del picco, intorno a metà Aprile, avevamo 108.000 contagiati. 
  2. Oggi, 24 Maggio, abbiamo 60.000 contagiati.
  3. Un mese fa avevamo 200.000 contagiati nel Mondo.
  4. Oggi ne abbiamo 5 milioni.
  5. Lo stesso Donald Trump, negazionista all’inizio, da ieri porta la mascherina.
  6. L’ISS ha confermato che l’idrossiclorochina è inefficace e che il plasma iperimmune è curativo solo nel 10-12 per cento dei casi. Gli antivirali noti non funzionano. Pertanto, possiamo dire che non abbiamo cure contro il virus ma solo anti-infiammatori ed eparina.
  7. Il calo di nuovi contagi è dovuto solo al lockdown, alle mascherine e al distanziamento.
  8. Ieri avevamo in Italia 1,5 portatori sani di virus ogni 100 tamponi fatti a caso. Per me è un numero spaventoso. In Sardegna sarebbero 1,5 per mille, cioè significa che a Carbonia vi sarebbero 45 portatori sani di virus pronti a contagiare. C’è da tenere gli occhi bene aperti.

A me sembra che il mondo sia in piena guerra.

A questo punto, ritorniamo alla domanda iniziale:

– che significato ha questa discesa in campo, in massa, senza la certezza di adeguate protezioni e senza il programma di screening delle 3 “t” (test, tracciamento, trattamento)?

  • Perché si ha la sensazione che si sia attenuato il controllo sull’uso delle mascherine ed il distanziamento?
  • Perché non si parla più di ricerca dei “portatori sani” con tamponi per RNA?
  • Perché non si parla più di “tracciamento”?
  • Perché non si parla più dei centri per l’isolamento dei portatori sani?
  • Perché non si parla più di Covid Hospital?
  • Eppure i numeri portati ci dicono che la nostra attenzione deve essere alle stelle.

Questa premessa dimostra l’enormità del problema. Possiamo giusto contemplare questo fenomeno planetario e cercare di capire quanto avviene in campo nazionale e regionale. Non pensiamo di poter risolvere i grandi problemi. Tuttavia pensiamo di avere il dovere di mantenere gli occhi bene aperti sulla sicurezza delle nostre famiglie. Il baratro economico che si apre nel futuro è da causa sanitaria, ed è imprescindibile affrontare il problema sanitario, cioè la libera circolazione del virus.

Qual è il nostro obiettivo immediato? Il controllo e l’identificazione dei portatori di virus nel territorio.

Esiste un unico metodo: la ricerca del portatore con l’esame del tampone nasofaringeo, sottoposto ad estrazione dello RNA virale. Solo così si estrapola il portatore dai sani e si crea serenità nel mondo produttivo. E’ la premessa imprescindibile.

Per tale ragione si deve pretendere l’immediata dotazione dei laboratori analisi del Sistema sanitario del Sulcis Iglesiente, di uno strumento adatto per la ricerca del virus.

Perché lo pretendiamo?

  • Perché siamo un’importante zona sanitaria sarda non ancora dotata di tale strumento,
  • Perché quando arriveranno i momenti difficili della seconda ondata, tutti saranno impegnati a salvare se stessi. Noi dovremo risolvere il nostro problema senza aspettarci che lo facciano altri.
  • Perché abbiamo il dovere ed il diritto, di governare la nostra Sanità locale.
  • Perché è necessario che i Sindaci del Sulcis Iglesiente si assumano completamente le funzioni di più alta autorità sanitaria delle città.
  • Perché non siamo ancora inclusi tra i beneficiari degli strumenti appena acquistati.

Questa precisa affermazione deriva dalle notizie giornalistiche pubblicate da L’Unione Sarda.

E’ necessario che i nostri rappresentanti si adoperino, affinché una delle apparecchiature venga rapidamente destinata a Carbonia Iglesias.

Mario Marroccu

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La storia del Sistema Sanitario del Sulcis Iglesiente è legata intimamente all’evoluzione dello spirito di appartenenza a questa terra. Per raccontarla, è necessario partire da lontano ed arrivare fino al 2020. Pazienza! E’ una rapida passeggiata un po’ letteraria e molto storica.

Il più antico “Popolo sardo” organizzato politicamente fu quello dei “Nuragici”. Tutto iniziò nel 1800 avanti Cristo. Nel 1100 avanti Cristo i sardi cessarono di costruire nuraghi e iniziarono a scomparire. Mistero storico. Fu a causa di un’epidemia? Oppure fu l’effetto di una crisi di mercato, perché si stava passando dall’età del bronzo a quella del ferro?
Al tempo dei nuraghi la Sardegna era totalmente popolate e dedita ad attività minerarie e metallurgiche. La densità delle sue torri sono il segno certo che era ricca. Lucrava sul commercio di qualcosa che produceva in abbondanza: il bronzo. L’ottimo bronzo sardo era molto richiesto in tutto il Mediterraneo per forgiare armi.
Praticamente nel 1.200 avanti Cristo, il bronzo sardo armò la Prima Guerra Mondiale della storia: la Guerra di Troia. E dove c’è guerra ci sono medici.
Guardate le armi di bronzo nuragico che sono esposte nel Museo Archeologico “Giovanni Antonio Sanna” di Sassari. Sembrano fatte ieri. Hanno la forma della “foglia di ulivo”. Esattamente simili sono state riprodotte dai consulenti storici per il film “Troy” con Brad Pitt.
La Guerra di Troia iniziò male: con un’epidemia. Morirono di febbre, e infezione alle vie aeree, tanti guerrieri greci che Agamennone, per motivi di “igiene pubblica” dovette far cremare sulle pire allestite davanti alla marina di Troia.
Nell’Iliade vengono descritti 148 tipi diversi di traumi da spada, lancia, o freccia. I chirurghi che in quel conflitto bellico curavano i feriti erano nientedimeno che i figli di Esculapio: Macàone e Podalirio.
Allora la chirurgia era arte divina. Pindaro, parlando di quei Medici nel settimo secolo avanti Cristo, scriveva nelle “Odi”: «E quanti vennero da lui….feriti nelle membra dal lucido bronzo o dal getto di pietre,… fasciando le membra…altri con azioni chirurgiche rimise in piedi».
Durante la Guerra di Troia, il medico Macàone fu ferito da freccia troiana e subito venne soccorso da due Re: Idomeneo e Nestore, perché, come dice Omero: «Uomo guaritore vale molti uomini a estrarre dardi, e spargere blandi rimedi».
Nei millenni la considerazione del Medico rimase sempre elevata. Ebbe un crollo solo durante la peste del 1347-48, quando i medici fallirono i risultati sperati. La peste prevalse su tutti ed il poeta Francesco Petrarca, offeso per la morte dell’amata Laura De Sade, scrisse libelli feroci contro tutta la categoria.

La professione medica fin dall’inizio si specializzò. Vi furono gli specialisti nel “taglio della pietra” (urologi), gli specialisti della cataratta( oculisti), gli specialisti delle “malattie interne”, gli specialisti in “craniotomia” (neurochirurghi), e poi i “raddrizzatori di bambini storpi”. Quest’arte si chiamava “ortho” (raddrizzo), “peideia” (bambino). Da cui l’origine del nome “Ortopedia” per la specialità che aggiusta lo scheletro.

Non sappiamo quasi nulla sulla medicina dell’Alto Medio Evo nel Sulcis Iglesiente. Sappiamo che gli ammalati peregrinavano verso la tomba del Santo Medico Antioco e che attorno alla basilica vi erano tante casette per ospitare i malati richiedenti la guarigione: le “cumbessias” o “muristenes”.
Troviamo tracce di attività medica nella chiesetta bizantina altomedioevale di San Salvatore, ubicata nella periferia di Iglesias. Si sa che ospitava viandanti richiedenti cure per cui si spiega la presenza dell’”orto dei semplici”. Era il luogo dove i monaci (Benedettini o Basiliani) coltivavano le erbe medicamentose per produrre unguenti e pozioni galeniche. Nel terreno circostante sono state trovate tracce di inumazioni in terra nuda.
A San Giovanni Suergiu, vi è una chiesetta edificata dopo le Crociate dai monaci Giovanniti. Ricordiamo che i Giovanniti fondarono l’ospedale di San Giovanni Battista di Gerusalemme col permesso del Sultano del Cairo, e vi curarono i pellegrini cristiani che venivano dall’Europa. Alla fine delle Crociate vennero allontanati dalla Palestina e si insediarono in loro possedimenti in Sardegna. Qui nel Sulcis continuarono la loro missione di curare gli “infirmi et pauperes Christi”. Sulla facciata della chiesetta di San Giovanni si riconoscono le incisioni di “croci di Malta” e i fregi che ricordano le cupole delle moschee di Omar e di Al Aqsa, della spianata dei templi di Gerusalemme.
Queste sono le poche tracce di attività medica nel Sulcis Iglesiente nel Medio Evo.
La crescita della Chirurgia in Europa rimase bloccata, a causa dell’altissima mortalità, fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo. Solo allora, dopo la scoperta dell’esistenza dei “microbi”, si capì la necessità della “disinfezione” e, dopo la scoperta dell’“anestesia”, si poté operare “senza dolore”. I chirurghi cominciarono ad operare, per la prima volta, l’addome e la pelvi femminile temendo meno le setticemie mortali perioperatorie. Contemporaneamente iniziò lo sviluppo moderno degli Ospedali. Il più grande impulso allo sviluppo della chirurgia, soprattutto traumatica, avvenne con la Prima Guerra Mondiale. Lì si formarono i primi chirurghi dei nostri primi Ospedali.

Con la chirurga addominale e pelvica, decollò la chirurgia degli arti. Questa fu promossa in Italia da Alessandro Codivilla (m. 1912) che fu direttore dell’Ospedale Ortopedico Rizzoli di Bologna. Tutt’oggi il Rizzoli appare al visitatore con tutta la sua vecchiezza strutturale di fine ‘800. Da lì passò l’ortopedia mondiale, e la migliore ortopedia italiana in assoluto. Codivilla fece una invenzione rivoluzionaria: il “Chiodo di Codivilla”.
Si trattava di un’anima metallica da introdurre nel canale dell’osso fratturato. Attorno ad esso si sarebbe formato il “callo osseo”. Ciò comportava la guarigione con ossa ben raddrizzate (fatto raro) e consentiva l’eventuale allungamento dell’osso accorciato da un callo osseo venuto male. Il nuovo obiettivo dell’Ortopedia insegnato da Codivilla al mondo, era il “recupero funzionale” dell’arto.
Con la tecnica di Codivilla, si iniziarono a trattare le folle di portatori di deformità congenite ed acquisite: piedi torti, ginocchi valghi e vari, lussazioni dell’anca, paralisi infantili, tare eredoluetiche, gibbi cifoscoliotici, colli torti. A questi si aggiungeva il numero enorme di deformi procurati dalle due piaghe sociali dell’epoca: la tubercolosi ossea e il rachitismo; malattie incurabili e dal destino triste.

Già ai primi del ‘900 avevamo in Italia ben 40 “Ospedali marini” per la cura medica e chirurgica della TBC ossea. Lo sviluppo minerario dell’Iglesiente aveva introdotto la necessità di fornire un’adeguata assistenza ortopedico-traumatologica ai minatori. Quando esplose la protesta dei minatori nel settembre 1904, a Buggerru esisteva un ospedale per i traumi da miniera. L’organico comprendeva tre Medici con competenze chirurgiche ortopediche, e personale femminile per l’assistenza al parto. L’ospedale era molto attivo anche nell’assistenza alla popolazione civile; vi erano allora circa 8.000 abitanti, quando Cagliari ne contava circa 50.000. I casi più gravi venivano trasportati ad Iglesias in carrozza. Iglesias prima di questo periodo aveva avuto una struttura ospedaliera basso-medioevale citata da documenti dell’epoca: si trattava dell’ospedale di “Santa Lucia”, che poi prese il nome di “Santa Chiara”.
Tra le due Guerre Mondiali del ‘900, dopo la Guerra d’Etiopia e le “Inique Sanzioni” fu evidente che l’Italia doveva dotarsi di una sua fonte autarchica di energia, così prese vita il progetto di sviluppo del  bacino carbonifero del Sulcis. Le miniere metallifere dell’Iglesiente e le carbonifere del Sulcis furono la nuova frontiera del lavoro in Italia. Il numero complessivo di abitanti delle due città sfiorava i centomila. L’età media era molto giovane ed era costituita da una moltitudine di minatori del sottosuolo e operai di superficie. Gli incidenti sul lavoro erano molto frequenti. L’Inail nel 1946 inaugurò l’Ospedale CTO di Iglesias e lo rafforzò di Traumatologi e Chirurghi generali a costituire un avanzato “Trauma Center” dove si affrontavano tutti gli effetti di un trauma: dalle fratture dello scheletro alla rottura di milza e di fegato ed i traumi cranio-encefalici. Doveva essere una Traumatologia a tutto campo. Il Governo dispose che negli ospedali minerari di Iglesias e Carbonia operassero i migliori chirurghi traumatologi della Nazione. A Carbonia il Chirurgo generale con competenze neurochirurgiche arrivò dalla Patologia chirurgica dell’Università di Napoli: il professor Ignazio Scalone. Rimase un anno a dirigere l’ospedale di piazza Cagliari, a Carbonia. Di lui restano testi di chirurgia del cervello e del cervelletto, per la cura di lesioni craniche provocate da arma da fuoco, scritti alla fine della Prima Guerra Mondiale. Con l’uscita del dottor Scalone, il primariato di Chirurgia generale venne conferito al dottor Gaetano Fiorentino; egli affidò l’Ortopedia e Traumatologia al dottor Schirru. Questi era un medico di eccezionale valore. Dopo una quindicina d’anni di esperienza in traumi a Carbonia, si trasferì negli Stati Uniti. Dopo 30 anni, il dottor Schirru tornò in Italia e si presentò al nuovo primario del Sirai, il prof. Lionello Orrù, a cui raccontò la sua storia americana: era diventato Direttore sanitario di un enorme ospedale di 3.000 posti letto a Washington, e ne dirigeva il reparto di Ortopedia. Arrivato alla pensione, gli era comparsa un’ernia inguinale. Per tale motivo pensò di tornare in Sardegna, a Carbonia, per farsi operare. Non si fidava del modo di operare l’ernia degli americani. Voleva essere operato da un chirurgo italiano. Una volta operato a Carbonia tornò a Washington.
Ad Iglesias, il primario chirurgo generale era il dottor Falqui. Al CTO vennero inviati chirurghi ortopedici di vaglia formati al Rizzoli di Bologna.
Dopo Codivilla, fu direttore del Rizzoli il professor Vittorio Putti (m. 1940). Fu chirurgo eccellentissimo che già nel 1919 veniva conteso all’Italia dalle maggiori istituzioni medico-chirurgiche statunitensi. Quando andava in America veniva, per i suoi miracoli ortopedici, ricevuto solennemente, come si conveniva alla sua fama.
Con la scomparsa del professor Putti, la direzione della chirurgia ortopedica del Rizzoli venne affidata al professor Francesco Delitala, nato a Orani in provincia di Nuoro, che aveva insegnato Ortopedia all’Università di Napoli, poi in quella di Padova e, infine, diresse il Rizzoli. Fu grande esperto della chirurgia dell’ernia del disco intervertebrale e della spalla. Morì a Bologna nel 1983.
Fu un allievo di Delitala il professor Cabitza di Cagliari. Questi, successivamente, diresse la Clinica Ortopedica Universitaria di Cagliari e l’ospedale Marino del Poetto.

Contemporaneamente, studiavano e operavano al Rizzoli, sia il dottor Giuseppe de Ferrari sia il dottor Italo Cao. Ambedue divennero professori di Ortopedia e Traumatologia e diressero il CTO di Iglesias. Il CTO (Centro Ortopedico Traumatologico) di Iglesias riprodusse in Sardegna le altissime competenze chirurgiche del Rizzoli di Bologna costituendo, nel Sistema Sanitario del Sulcis Iglesiente, un pilastro fondamentale della Sanità.
I successori di questi Maestri, diressero poi il CTO e l’Ortopedia di Carbonia e di Iglesias fino ai giorni nostri.
Il seme prezioso di quei grandi ortopedici è ancora tra noi.
Come si vede la discendenza di scuola è di altissimo livello.
Non può essere perduta.
Questa ricostruzione tratta dai libri di storia della Medicina è una conoscenza che deve costituire patrimonio dei cittadini del Sulcis Iglesiente. Tale eredità deve essere protetta dall’operazione “contabile” che sta trasferendo il nostro patrimonio sanitario in città lontane.

E’ incredibile. Quando eravamo “poveri” eravamo molto più “ricchi” in Sanità.

Mario Marroccu

Nella fotografia, da sinistra: dottor Giuseppe Porcella, dottor Renato Meloni, il sig. Cuccuru capo degli infermieri, dottor Gaetano Fiorentino, don Luigi Tarasco e dottor Luciano Pittoni.

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Le notizie riportate in questi giorni dal giornale l’”Unione Sarda” riguardo alla ZEE (Zona Economica Esclusiva) algerina sul Mar di Sardegna, che si estende dalle coste africane fino a 13 chilometri da Sant’Antioco e, più su, fino ad Oristano e Alghero nel suo lato Est, mentre si estende a Nord fino alle isole Baleari nel lato Sud-Ovest, fino alle coste della Spagna Meridionale, ci impone di rivedere i ricordi dei nostri secolari rapporti con l’impero turco del Nord-Africa.

Fino a pochi decenni fa i sardi, sentendo nominare i turchi rivolgevano subito il pensiero a San Antioco martire e alla Madonna di Bonaria supplicandone l’intercessione.

Erdogan, l’attuale presidente della Turchia, recentemente interrogato dai giornalisti sul suo interventismo in Libia, ha risposto che la Turchia si sente obbligata ad intervenire nella guerra intestina libica perché possedette quella provincia, ai tempi dell’Impero, per 500 anni.

Dato che un vicino del genere, dopo aver portato truppe in Libia si è recato in Algeria per rinsaldare gli antichi vincoli, potrebbe rivelarsi molto ingombrante, è utile rivedere alcuni passaggi storici tra i turchi e noi occidentali sulla frontiera africana.

Mille anni fa vennero gettati le basi del nostro indebolimento fino alla situazione di oggi.                                                        

Nell’anno 1054 il Patriarca di Costantinopoli, Michele Cerulario, attuò lo “scisma” tra la chiesa cattolica di Roma e la chiesa Ortodossa di Bisanzio. Questa spaccatura fu esiziale per l’Occidente. L’Impero Bizantino divenne ortodosso, mentre l’Italia e l’Europa rimasero Cattolici. La Sardegna ed il Nord-Africa, che erano parte integrante dell’Impero Bizantino, rimasero nella sfera ortodossa a fronteggiare l’Africa musulmana.

Nell’anno 1071 l’Impero Bizantino, indebolito, venne attaccato da orde di un popolo d’origine mongola, e battuto nella gravissima battaglia di Manzicerta. La notte precedente la battaglia, sul cielo si stagliava una luminosissima mezza luna con al di sopra una stella. Quel popolo vincitore dei Bizantini erano i “Turchi”. Da allora adottarono come bandiera nazionale un panno rosso con, al centro, una mezzaluna sormontata da una stella. Quel simbolo viene utilizzato tutt’oggi.

Con il trattato di pace i Turchi si installarono in territorio bizantino e, pian piano, intaccarono le difese della grande potenza cristiana fino a batterla conquistando Costantinopoli nel 1453. Fu la fine dell’impero Bizantino.

Per arrivare alla città di Costantinopoli, nei crocevia c’erano cartelli indicatori con su scritto “Isten polis”, che in greco significa: «Quella è la città». I Turchi pronunciavano “Istanbul”, e questo divenne il nome definitivo.

Nel 1492 la Spagna aveva scoperto l’America con Cristoforo Colombo, ed aveva avviato, in patria, una campagna di espulsione di musulmani ed ebrei.

Contemporaneamente la “Sublime porta” di Istanbul aveva dato disposizioni ai suoi eserciti di occupare tutte le province bizantine in Nord Africa, fino all’Algeria. Tuttavia l’avanzata turca fallì nel tentativo di occupare l’Europa. I Turchi furono infine definitivamente fermati dai Cristiani Cattolici con la battaglia navale di Lepanto nel 1571. Vi parteciparono anche truppe sarde.

La Libia, che era stata occupata dalla Spagna nel 1510, e affidata ai Cavalieri di Malta, venne poi conquistata dai turchi nel 1551. Da allora l’Impero turco fu il vicino ingombrante di noi sulcitani.

La Reggenza di Algeri era diventata turca nel 1525. Essa fu il principale centro dell’Impero Ottomano nel Maghreb e divenne la base stabile delle navi corsare per i lucrosi affari che si facevano con la cattura delle navi commerciali europee. Era il principale centro della pirateria.

Nel 1574, 3 anni dopo Lepanto, finite le mire sull’Europa, la Turchia occupò militarmente  la Tunisia, fermando definitivamente la conquista spagnola del Nord Africa. Al governo della Tunisia venne incaricato il Bey di Tunisi, reggente della Sublime Porta.

I Pashà di Algeri, Tunisi e Tripoli conducevano abili rapporti diplomatici col governo turco e le loro finanze derivavano quasi esclusivamente dalla protezione della pirateria. Dal 1500 al 1700, nei mercati degli schiavi di quelle reggenze, furono venduti da 1 milione a 1 milione e 500.000 schiavi bianchi. Si calcola che fino al 1815 venissero trattati in quelle piazze circa 20.000 schiavi l’anno. Gli studiosi hanno trovato negli archivi di Stato di Cagliari, Barcellona e Madrid, diverse lettere d’affari tra Sardegna e Spagna. In una lettera inviata nel 1600 dal commerciante cagliaritano Antonio Porta al re di Spagna per chiedere l’infeudazione del mare di Portoscuso per impiantarvi una tonnara, esiste, scritta in spagnolo, una frase che tradotta in italiano suona così: «Nell’isola di san Pietro attraccano navi corsare saracene che trafficano tanti cristiani fatti schiavi che, così numerosi, non si vedono neppure a Madrid».

Oltre alla tratta degli schiavi vi era un’altra attività piuttosto lucrosa: i Turchi avevano istituito un sistema di rilascio di salvacondotti a pagamento per le navi europee che solcavano il Mediterraneo. Chi pagava non veniva attaccato. Gli stessi Stati Uniti d’America, appena costituiti, nel 1795 con un trattato a firma di Giorgio Washington, si erano accordatI coi Bey di Algeri, Tunisi e Tripoli, per la somma colossale di 1 milione di dollari l’anno purché le navi commerciali americane, che vendevano i loro prodotti agricoli in Mediterraneo, non venissero attaccate dai corsari.

Ben si comprende in quale stato di pericolo perenne si trovassero la popolazioni costiere del Sulcis e del Cagliaritano che erano proprio al centro di una morsa: a Sud vi era la minaccia turca. A Nord vi erano gli Stati europei in lotta perenne fra di loro, e perennemente assetati di danaro, tonno sotto sale, grano e uomini da arruolare forzatamente per le loro guerre interminabili.

La dominazione turca era interessata alle città costiere del Nord Africa, porto sicuro per i corsari, mentre era carente la sua presenza nelle oasi sahariane. Qui le tribù berbere gestivano in completa autonomia il commercio di schiavi africani. Vocazione commerciale mai perduta.

La “Guerra da Corsa” venne dichiarata illegale dal Congresso di Vienna nel 1815. La sua cessazione venne imposta  col bombardamento di Algeri e Tripoli nel 1816 de parte della flotta anglo-olandese comandata dall’ammiraglio Lord Exmouth, attuata per ritorsione all’incursione berbaresca su Sant’Antioco il 16 ottobre 1815.

Avendo perso i proventi assicurati dalle mercanzie delle navi catturate, l’unica risorsa rimasta a quei beycati fu il commercio degli schiavi. Ma anche questo introito entrò in crisi quando nel 1830 la Francia conquistò l’Algeria e le Società antischiaviste inglesi imposero al Sultano di Istanbul di fermare la pratica dello schiavismo. Ma solo nel 1855 il Sultano interdisse l’imbarco di schiavi nei porti di Tripoli, Bengasi e Derna.

Nonostante ciò la schiavitù non fu abolita per altri 50 anni. Si estinse definitivamente nei porti libici nell’anno 1911 quando gli italiani conquistarono la Libia con la Guerra Italo-Turca.

Invece a livello tribale, nel Maghreb Sahariano, la schiavitù è tristemente sopravvissuta fino ai giorni nostri.

***

La Sardegna, per secoli, subì le incursioni dei pirati nord-africani a caccia di merci e di schiavi. E’ stato calcolato da recenti ricerche che il 90 per cento delle incursioni in Sardegna avvenne tra Capo Carbonara ed il Sulcis. Questa costante minaccia alle città costiere ne aveva determinato la scomparsa. Le scarse popolazioni si rifugiarono all’interno. Karales dall’anno 704 iniziò ad essere abbandonata e i suoi abitanti costruirono un nuovo centro abitato nell’isolotto di San Simone, nella laguna di Santa Gilla. La città venne poi fortificata con mura; ebbe una cattedra vescovile e fu sede di un giudice sovrano del Giudicato di Calari. La città giudicale si chiamò Santa Igia (Cecilia) (Coroneo, Casula).

Nell’anno  704 (Coroneo, Boscolo, Mohamed Bazama), la città di Sulci venne attaccata da una squadra navale saracena. La città non si risollevò mai più da quella distruzione. Un piccolo nucleo abitato si sviluppò intorno alla Basilica del Santo Antioco. Eravamo nell’alto Medio Evo, in piena amministrazione bizantina ortodossa.

Contemporaneamente anche la città di Tharros, per gli stessi motivi, venne abbandonata e il vescovo, con tutta la popolazione si spostò verso la tenuta agricola di Oristano. Eravamo nel periodo di transizione dal bizantino al giudicale.

L’isola Plumbaria (di Sulci) nel 1300 assunse il nome di isola di Sant’Antioco ed era deserta. Nonostante ciò la Basilica non si deteriorò. Venne sempre curata. Sant’Antioco era considerato protettore della Sardegna intera, efficace intercessore contro le calamità naturali, le epidemie e le orde barbaresche. Almeno due volte l’anno: nel dies natalis (13 novembre) e poi nel lunedì successivo alle due settimane dopo il lunedì dell’Angelo, una gran folla di fedeli tornava nell’isola per impetrare le grazie del Santo.

Nonostante l’isola fosse perennemente infestata dai pirati magrebini, in quei giorni di festa non avvenivano aggressioni ai pellegrini. Gli stessi pirati avevano un certo rispetto per il Santo. Le storie più note di miracoli del Santo a protezione dai pirati vengono raccontate sia da storici musulmani che da storici nostrani come il Vidal e padre Filippo Pili. Il Vidal era sacerdote e storico di grande cultura, nato a Maracalagonis nel 1575. Viaggiò per molti anni predicando in diverse città di Spagna e Italia.  Al termine dell’elenco di un nutrito numero di miracoli operati dal santo egli scrisse, a proposito dei rapporti tra sardi e turchi: «Tralascio per brevità una infinità di altri miracoli operati dalla misericordia del Signore, per intercessione e i meriti del glorioso martire Antioco. Se non ci fossero stati miracoli, basterebbe il concorso che si verifica ogni anno delle moltitudini che vanno pellegrinando all’isola di Sulci, un’isola deserta, spopolata, ma anche molto frequentata dai corsari di Berberia; né mai è avvenuto che qualche persona si stata fatta schiava; né mai si è visto corsaro alcuno che sia sceso a terra e abbia osato fare saccheggi ed assalire coloro che vanno o ritornano dalla festa; che se qualche volta qualcuno ci ha provato, ha pagato ciò duramente…»  

Inoltre racconta: «Antiogu Pretu di Maracalagonis, da ben 30 anni schiavo nelle galere di Algeri, mi disse che, essendo andati una volta i Mori a Sulci per prendersi il bestiame appartenente all’opera del santo, molti tornarono malconci o morti, tanto che il Rais inviò un grande vaso d’olio alla chiesa del Santo (per le lucerne) e minacciò i suoi corsari che avrebbe inflitto loro delle pene severe se avessero toccato le proprietà del Santo perché Antiogo “star diavolo”».

I sardi non avevano una flotta per la difesa in mare, né strutture fortificate sufficienti a terra. In mare provvedevano a questa funzione le navi armate dei cavalieri di Malta che pattugliavano il Mediterraneo. Tuttavia, erano insufficienti. All’uopo interveniva in soccorso delle vittime di rapimento l’ordine dei Frati di Santa Maria della Mercede: i Mercedari. Era un Ordine questuante e armato che raccoglieva fondi per il riscatto degli schiavi. Un altro aiuto importante era dato dalla Madonna di Bonaria di Cagliari. Veniva invocata affinché desse buon vento alle vele (bona aria) per sfuggire ai pirati turchi. Quando il miracolo si realizzava l’equipaggio si recava in pellegrinaggio al Santuario di Cagliari per sciogliere il voto per la protezione ottenuta. Per questo la Madonna di Bonaria divenne la Patrona dei Mari di Sardegna e il suo simulacro regge con la mano destra una navicella d’avorio a vele spiegate.

Questo fu il massimo della reazione dei sardi alla minaccia turca, tranne che in due episodi. Il primo fu quello dell’incursione barbaresca su Carloforte il 2 settembre 1798, che costò 930 rapiti. In quel caso, oltre alle trattative dei Mercedari, all’intervento del Papa, dello Zar di Russia e dello stesso Napoleone,  potè maggiormente  l’insistenza di Giovanni Porcile, duca di Carloforte e conte di Sant’Antioco, presso il Bey di Tunisi. Ma forse ancora di più potè il giovane  Vittorio Porcile che armò un vascello e si diede alla guerra da corsa sulle coste africane onde fare prigionieri e scambiarli con i carlofortini rapiti.

Il secondo episodio è quello dell’incursione barbaresca su Sant’Antioco del  1815. In quel caso i miliziani antiochensi, asserragliati sul forte, uccisero 300 pirati barbareschi. Vi furono 130 sequestrati, che vennero poi messi in vendita al mercato di Tunisi e Algeri.

***

Oggi le notizie giornalistiche sulla formale occupazione del Mar di Sardegna dall’Africa fino a 13 chilometri dalla costa di Sant’Antioco (in prossimità dell’isola del Toro) attuata dall’Algeria, con l’evidente silenzio-assenso della Turchia di Erdogan, non ci deve sorprendere. Ciò però deve indurre ad un’adeguata reazione. Sicuramente, se questa azione fosse stata compiuta a danno degli interessi degli Stati Uniti, sul mare sarebbe già in loco la Sesta Flotta. Ma noi non siamo da meno. In mancanza d’altro possiamo pur sempre schierare Sant’Antioco Martire e la Madonna di Bonaria, mitragliando “coggius” contro “su paganu “.

Mario Marroccu

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Ci sono cose che gli abitanti del Sulcis Iglesiente devono sapere. Gli ospedali esistono da pochissimo tempo. Prima degli anni ’30 del 1900 non esistevano. Basta pensare che fino al 1905 la gente moriva di appendicite, perché non poteva essere operata. Così pure moriva di ernia strozzata, di ulcera perforata o per la caduta da un carro. Ma, soprattutto, morivano atrocemente le “poverette” che, giunte al termine di gravidanza, non riuscivano a far uscire dal loro grembo il bambino, perché il canale osseo del parto era stretto, e lì il bambino si incastrava. Iniziavano dolori tremendi ed il bambino moriva; poi iniziava la “setticemia” ed al terzo giorno moriva anche la madre. Ciò avveniva, perché non c’era un luogo dove fare il “parto cesareo”. L’unico ospedale in Provincia era il San Giovanni di Dio di Cagliari e, per raggiungerlo col carro a buoi, il percorso era un lungo sterrato, fangoso d’inverno.

A Cagliari iniziarono a fare l’intervento di “cesareo” dopo il 1910. Comunque, operavano le ernie, le amputazioni, gli ascessi, e i traumi dello scheletro. Se la Sanità era così disastrosa a Cagliari, si può immaginare quanto lo fosse nella sua lontana periferia.
Sulla presenza o meno dell’ospedale attrezzato, si giocava la selezione naturale della popolazione del Sulcis Iglesiente. Poi avvenne il miracolo: fra le due Grandi Guerre Mondiali questo territorio acquisì importanza, sia per il bacino metallifero dell’Iglesiente, sia per quello carbonifero del Sulcis.
L’area compresa tra Gonnesa, Perdaxius, Sirai e i monti di Santa Giuliana, divenne la fonte di energia per la Nazione; divenne il “Golfo Persico” dell’Italia: c’era il carbone fossile.
L’enorme riserva energetica da “carbone Sulcis” divenne il petrolio e la benzina per gli aerei, le navi, i treni, le industrie ed il riscaldamento domestico dell’Italia.
Questo incredibile colpo di fortuna, cambiò il destino del Sulcis Iglesiente. Fu necessario attirare operai e poi prendersene cura perché “cavare” minerale nel sottosuolo è molto pericoloso ed il minatore è incredibilmente prezioso. Per il minatore e la sua famiglia, vennero fabbricati i migliori ospedali d’Italia. Di tale servizio assistenziale, avrebbe poi usufruito tutta la popolazione.
La conquista degli ospedali avvenne 90 anni fa. La popolazione è cresciuta attorno ad essi in modo abnorme, e si è sviluppato un tessuto economico solido che ha aumentato le ricchezza media. Poi le cose sono cambiate con la sospensione dell’attività estrattiva e a chi governava i destini del tempo, sembrò logico “smobilitare” il Sistema Sanitario del Sulcis, e centralizzare l’ospedalità a Cagliari. I bisogni immediati della gente finirono nell’ombra, e uscirono dai programmi contabili. La “smobilitazione” sanitaria ha progredito in modo lento ed inesorabile senza ostacoli.

Gli “ospedali zonali” di Iglesias e Carbonia, di cui erano Presidenti i rispettivi Sindaci, fino ad allora appartenevano al patrimonio immobiliare della due città. Nel 1978, con la legge 833, la proprietà immobiliare ospedaliera veniva ceduta dai Comuni alla ASL 16 e 17. Non vi fu una rivolta contro questo esproprio, perché di fatto i Sindaci restavano Presidenti della ASL ed il Consiglio di amministrazione era composto dai delegati dei Sindaci di tutti i Comuni (17 per Carbonia e 13 per Iglesias). Fino a quel punto della storia, nessuno poteva danneggiare il patrimonio ospedaliero del territorio. Anzi, addirittura all’ospedale Fratelli Crobu vennero istituiti i due reparti specialistici di Chirurgia Pediatrica e Otorinolaringoiatria. Poi i Presidenti vennero sostituiti dai Commissari straordinari, nominati dall’assessorato regionale della Sanità. Questa fu la prima crepa nel nostro diritto a controllare gli ospedali. Di fatto, il vero proprietario diventava la Regione, nonostante il Consiglio di Amministrazione fosse rappresentato dai delegati dei Comuni.
Negli anni ’90, avvenne il fatto più duro per noi: vennero aboliti i Comitati di gestione (costituiti da rappresentanti dei Comuni) ed i Commissari straordinari e, al loro posto, vennero insediati i Direttori generali, con pieni poteri di tipo monocratico, nominati dall’assessore regionale della Sanità. Così i Sindaci vennero espulsi dalla gestione della Sanità ospedaliera e territoriale. Restava ancora un sottile filo che consentiva ai Comuni di controllare la gestione degli ospedali: la Conferenza dei sindaci del territorio di Carbonia e quella di Iglesias per la verifica del bilancio consuntivo.
Questi Consigli esistono tutt’oggi ma, nei fatti, non hanno alcun potere di interdizione. Possono solo essere spettatori dell’azione amministrativa del Direttore generale il quale, di fatto, ha la piena proprietà degli immobili e dei loro contenuti (personale, strumenti, arredi). Attraverso questo iter è avvenuto l’esproprio delle strutture ospedaliere del territorio.
I Sindaci hanno un potere che si limita all’espressione di un “parere non vincolante”, cioè  nessuno.
A questo punto, i “teorici della centralizzazione” della Sanità ospedaliera, a Cagliari e Sassari, hanno tolto le redini della gestione dell’assistenza ospedaliera ai cittadini e hanno iniziato la smobilitazione degli ospedali.
– A Carbonia: chiusura della Pediatria e dell’Ostetricia; mancata apertura degli Infettivi. Sospensione delle nomine dei Primari.
– A Iglesias: chiusura definitiva del Crobu, del santa Barbara, e costituzione di un ospedaletto da “weeck surgery” al CTO.
Si sostiene che sia un effetto dei programmi di risparmio del governo Monti del 2011, ma non è vero. Tutto iniziò negli anni ’90, quando arrivarono i “pensatori bocconiani” del continente che teorizzarono, e fecero applicare, programmi regionali da “decrescita felice”. Cioè la riduzione degli “organici” e l’annullamento delle intelligenze mediche degli ospedali, ottenuto con la riduzione di autonomia e capacità di iniziativa dei Primari. Il “silenzio dei medici” ha iniziato a dominare da allora. I medici non hanno parlato più; sono stati trasformati in esecutori senz’anima, soggetti obbedienti ed ammutoliti dal metodo del “bastone e la carota”, che può essere esercitato rallentandone o annullandone la carriera. L’umiliazione dei cosiddetti “dirigenti” medici, iniziò quando si stabilì che l’incarico primariale, che in passato era definitivo, divenisse quinquennale, rinnovabile a discrezione della dirigenza amministrativa. A questo punto, chi vuole sopravvivere nel sistema, deve osservare il mutismo.
Ne abbiamo avuto un macroscopico esempio durante l’epidemia. Silenzio assoluto degli ospedalieri.
Parallelamente al deterioramento del corpo dei medici pubblici è avvenuto, soprattutto in continente, il gigantesco sviluppo dell’ospedalità privata.
Forse non è questa la causa delle “zone rosse” in quelle regioni ricchissime, però è certo che in quelle regioni abbiamo assistito alla protesta sotterranea dei medici pubblici, ospedalieri e del territorio, che da molti anni si sentono depotenziati rispetto alla Sanità privata. Intendiamoci, la Sanità privata ha una sua funzione molto utile, tuttavia contro l’epidemia quel tipo di sanità non è adeguato. E’ necessaria una Sanità pubblica come in Germania.

Questa Pandemia, col disastro economico e politico globale che ha scatenato in appena due mesi, e con tutto il male che ci farà ancora, apre gli occhi a tutti sulla necessità di rafforzare immediatamente i nostri Ospedali. Da loro emergerà la salvezza della Nazione.

Tutto oggi dimostra che la “centralizzazione” a Cagliari e Sassari è un grave errore, che viene fatto accettare con la motivazione che l’unica “centrale di costo” scatenerebbe la virtù del Risparmio.
V’è molto da dubitarne. Quando eravamo una Nazione più povera, 30 anni fa, avevamo servizi sanitari migliori, immediati e sempre a fianco del paziente. Sfido chiunque a confrontare le “liste d’attesa” di 30 anni fa con quelle di oggi. Si confrontino anche gli esosi ticket odierni rispetto a quelli appena simbolici di allora; senza parlare dei tempi d’attesa spaventosamente lunghi nei Pronto Soccorso, e i tempi spaventosamente brevi dei ricoveri, dovuti alla contrazione dei posti letto. Ricordo che i posti letto ed i ricoveri vennero ridotti a fronte della promessa di attivazione di “Case della Salute” nel territorio. Non si sono viste e i pazienti gravano pesantemente sulle famiglie.

E’ urgente invertire la rotta, ed è urgente restituire ai rappresentanti del popolo, il potere del legittimo controllo sull’azione amministrativa negli Ospedali e nel Territorio, restituendo contestualmente le proprietà immobiliari ai Sindaci delle città.
Prima di iniziare la lunga guerra contro il virus, è necessario chiarire la catena di comando.

Mario Marroccu

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Si narra che i lemmings, piccoli roditori della Norvegia, periodicamente si gettino volontariamente nel Mare Artico per suicidarsi in massa. E’ una metafora narrativa che si adatta bene a ciò che abbiamo visto il 4 e 5 maggio 2020 con l’avvio della Fase due dell’epidemia. Forse i lemming siamo noi.

Così come è necessario, si stanno riaprendo le attività del commercio umano. Tuttavia, il pericolo di contagio non è cessato, anzi, è molto più elevato che il 20 febbraio 2020 quando si scoprì il primo caso ed iniziò la tragedia.

Ora i portatori di Coronavirus sono molto più numerosi e si trovano ovunque.

Contrariamente all’esibizione macroscopica di rilassamento generale, la “Fase 2” è più pericolosa della “Fase 1”.

E’ evidente che si debbano assolutamente riaprire tutte le attività produttive con urgenza e con ogni mezzo, ma è parimenti evidente che vanno aperte in tutta sicurezza, pena il baratro economico e sanitario.

Per le uniche protezioni che abbiamo, sono le “norme di sicurezza”, cioè: il DISTANZIAMENTO, le MASCHERINE, i GUANTI ed il DIVIETO DI ASSEMBRAMENTO IN LUOGO CHIUSO.

Questi 4 atti, apparentemente facili, sono di una gravità tale da compromettere la convivenza civile, da cambiare radicalmente la vita di tutti e da essere neutralizzabili da varie forme di disobbedienza civile.

Non è pensabile credere che si debba sminuire per sempre la vita sociale e vederla sprofondare nell’inevitabile degrado dei servizi (scuole, sanità, giustizia).

E’ necessario ribadire che questa è un’EMERGENZA SANITARIA con implicazioni gravi sull’economia, e che per salvarci è imprescindibile dominare, prima, l’emergenza sanitaria.

Occupiamoci della sofferenza di chiunque abbia bisogno di Sanità e dei suoi operatori.

Prendiamo tre luoghi simbolo della Sanità: la Medicina di Base, le Farmacie, gli Ospedali.

GLI AMBULATORI DEI MEDICI DI BASE: è noto che il 45 per cento dei medici morti nella strage quotidiana da Coronavirus erano Medici di Base; vittime sacrificatesi volontariamente per l’alto senso etico della professione. Un sacrificio che non venne chiesto neppure al Buon Samaritano evangelico. Detto questo non si può pretendere che la strage continui capillarmente negli ambulatori. Per essi esiste il divieto, nei vari DPCM di febbraio ed aprile, di assembramento in luogo chiusi e l’obbligo di distanziamento di 1 metro (voglio vedere come si visiterà un paziente). Per evitare l’assembramento in ambulatorio è necessario obbligare le persone a stare in fila in strada e, una volta fatto il “triage”, far entrare i pazienti uno per volta, anche per la semplice ripetizione di una ricetta.

Per quanto tempo può essere tollerato? Per esempio, come si farà in Inverno? Potranno i pazienti aspettare per ore al freddo, alla pioggia, al vento senza riparo e senza sedia? Sappiamo che è possibile rifiutare, per decreto, la visita a chiunque abbia una temperatura di 37,5, che può essere dovuta all’inizio di una banale influenza, o per un ascesso dentario, o per una tonsillite. E se fosse una febbricola da tumore o da artrite dolorosa, o da nefrite? Nel contempo si deve pensare all’ansia continua del medico, e del personale dello studio, all’idea che in quella Umanità sofferente vi sia il portatore che gli regalerà il virus.

PRENDIAMO IL CASO DELLE FARMACIE DEL TERRITORIO: qui si riproduce la situazione degli ambulatori medici. E’ possibile pensare alle mega-file di pazienti al vento e sotto la pioggia, e al freddo con le gambe indolenzite? Dimenticavo: esiste il “divieto di sosta”; pertanto non è permesso mettere panchine in strada per i poveretti, perché subito si adagerebbero anche altri pazienti in attesa, creando un assembramento vietato, e arriverebbero i vigilantes a far sgomberare. Certo, ci può essere la consegna a domicilio per tutti, ma è realmente attuabile?

PRENDIAMO IL CASO DEGLI OSPEDALI: qui si ripete lo stesso schema. Non si può sostare in assembramento nelle sale d’aspetto del Pronto Soccorso. Bisogna fare file alternative.

Così pure non è possibile entrare nella sala d’aspetto dell’ingresso principale, sempre per evitare l’assembramento in luogo chiuso e bisogna fare anche qui il “triage” preventivo, presentando documenti di identificazione, e dichiarando la propria integrità dal virus. Ma ciò richiede tempo e, nel frattempo, si creano file all’esterno. Per contenere le file viene disposta una barriera di GUARDIE GIURATE, con tanto di pistola al fianco, che strutturano, con una certa ruvidezza dovuta al mestiere, le file dei richiedenti i servizio sanitario, talvolta con voce normale, talvolta con voce alterata come negli Istituti di sorveglianza. In quel palcoscenico surreale può capitarti di vedere quadri di umanità derelitta che ricordano la descrizione dell’Inferno Dantesco e “CARONTE” nell’atto di ordinare le file dei nuovi arrivati che “batte col legno qualunque si adagia”.

L’ingresso ospedaliero è stravolto: da “front-office” d’accoglienza, a causa della politica difensiva si è trasformato in un sistema di “respingimento”, con tanto di guardie dall’atteggiamento un po’ torvo ed intimidente. Ma va bene, accadde anche ai tempi della “Peste” del Manzoni. I quei tempi intorno alle fortezze del potere vigilava gente armata, come quella incontrata da don Abbondio.

Il deterioramento del valore umano è assicurato. Nelle file dei richiedenti salute è facile essere trasformati in schiere consenzienti, perché senza alternativa, a trattamenti sgradevoli.

Nello stravolgimento dell’immagine civile dell’ingresso ospedaliero potrebbe benissimo starci, in alto, la scritta ARBEIT MACHT FREI.

Questo è il punto: lo “Stato d’Assedio”. Fino a quando lo tollereremo? Accettiamo di deperire progressivamente fino a indebolire la struttura sociale e economica?

Purtroppo, oltre alle disposizioni per l’entrata in “Fase 2”, non vediamo altri progetti.

Eppure non siamo nei secoli della Peste Nera. Siamo nel terzo millennio. Abbiamo nuove armi. Non ci sono solo l’”isolamento”, la “quarantena”, il “distanziamento” e il “divieto di assembramento”, inventati dai Visconti di Milano e dai Dogi di Venezia,

Oggi, la via Maestra di attacco al virus ce l’insegna il professor Andrea Crisanti, il domatore del virus di Vò Euganeo e del Veneto. Egli indica come via la “ricerca minuziosa e capillare dei portatori del virus col metodo del tampone”.

Il tampone preleva lo RNA virale dalle vie aeree, lo esamina con un estrattore di DNA, e poi fornisce il risultato con nome, cognome e indirizzo del portatore contagioso.

A questo punto lo “sfortunato” diviene “fortunato” perché verrà curato. Ma curato come? Forse con l’isolamento volontario fiduciario in seno alla sua famiglia? In tal modo tutta la famiglia verrà contagiata e si creerà una specie di “Pio Albergo Trivulzio” familiare. La soluzione a questi casi venne già adottata con successo nel SISTEMA SANITARIO DEL SULCIS IGLESIENTE. Allora, fino agli anni ’70, si individuavano i pazienti tubercolotici in fase attiva e si ricoveravano al Binaghi. Invece i familiari, portatori sani, venivano ospitati nel Preventorio anti TBC del FRATELLI CROBU, e lì venivano curati. Così la tubercolosi venne debellata dal nostro territorio.

Da queste premesse, sembra evidente che per raggiungere l’obiettivo di eradicazione di questo incubo attuale, si debbano compiere 4 atti:

PRIMO: istituire il COVID HOSPITAL al SANTA BARBARA di Iglesias per gli acuti.

SECONDO: riattivare il CROBU come Preventorio anti COVID.

TERZO: dotare subito il SULCIS IGLESIENTE di un laboratorio di Biologia Molecolare per l’estrazione dello RNA dai tamponi.

Quarto: avviare uno SCREENING di tutta la popolazione ed affidarne la gestione ai Medici di Base.

Tempi?

  1. Acquisto dell’ESTRATTORE di DNA, tamponi, reagenti.
  2. Nuovo organigramma del laboratorio di biologia molecolare.
  3. TAMPONI DI MASSA. Ottenere una sezione esatta del contagio al tempo zero.
  4. Ripetizione dell’esame al quattordicesimo giorno e al trentesimo.

A questo punto si sarebbe la ragionevole certezza di avere identificato ed isolato tutti i portatori contagiati.

L’OBIETTIVO CERCATO? Liberare, in un mese, tutta la popolazione del Sulcis Iglesiente dal virus. Senza la paura ed il sospetto potremo scientificamente riprendere i rapporti umani e rinascere.

La premessa a questo progetto è: un’opinione pubblica compatta nel sostenere una politica autonoma per la gestione diretta del SISTEMA SANITARIO DEL SULCIS IGLESIENTE.

Mario Marroccu

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Nulla sarà come prima. La responsabilità personale nei confronti del prossimo è ingigantita. Il “rischio biologico” entrerà nei DVR di tutte le attività imprenditoriali. I controlli delle autorità verteranno sulla verifica della nostra diligenza nel proteggere la salute del prossimo o sulla negligente esposizione degli altri al contagio.

***

Vi è stata, 3 giorni fa, una videoconferenza preparatoria alla “riapertura” del 4 maggio 2020, tra 50 imprenditori ed alti dirigenti della Confcommercio del Sud Sardegna e Cagliari.

Si percepiva intensamente il disagio per adattarsi ai cambiamenti.

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Questa crisi economica deriva dalla crisi sanitaria. Per affrontarla bisogna prendere provvedimenti di tipo sanitario che il mondo civile laico non ha mai conosciuto. Sono stati sempre appannaggio del mondo sanitario, in particolare dei chirurghi ospedalieri. I provvedimenti organizzativi sanitari cambieranno i “contatti” umani. La parola deriva da latino “cum tangere”, e da essa deriva “contagio”. Questa parola contiene l’essenza delle responsabilità: rispondere di “diffusione di nuova ondata epidemica”.

L’ultima pandemia infuriò nel mondo poco più di 100 anni fa, nel 1918 e 1919 e produsse dai 50 ai 100 milioni di morti. Una pandemia si era già verificata nel 1600, nel 1500, nel 1400 e nel 1300. Oggi, tutto sommato, siamo stati abbastanza fortunati rispetto ai secoli passati, soprattutto perché le epidemie sono meno frequenti e per la maggiore preparazione tecnologica di oggi, come: la Genetica molecolare e l’estrazione del DNA, i respiratori automatici, gli antibiotici, l’eparina, etc.

Tuttavia, nonostante la tecnologia e la digitalizzazione, siamo inermi di fronte all’attacco del virus e dobbiamo difenderci con metodi messi a punto nel 1.300 a Milano e nel 1.400 a Venezia. Cioè: il “distanziamento” , l’“isolamento” e la “quarantena”. Non abbiamo altro.

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Ma…allora: «C’è stata l’evoluzione della Medicina?»

Sì…c’è stata: nella tecnologia e nella scoperta degli antibiotici. Però gli antibiotici non fermano il virus e la tecnologia si è sviluppata per le “malattie individuali”. Questa è una malattia diversa.

Esempio: l’infarto del miocardio e l’ictus uccidono, in Italia, 684 persone al dì. Moltiplicato per 365 giorni risultano 249.000 decessi l’anno. Si tratta di un numero assai più rilevante dei 28.710 morti di oggi su 209.328 affetti da Covid-19. Le 249.000 morti sono dovute a “malattie individuali”, cioè “non diffusive”. L’infarto è limitato alla vittima, e non si diffonde ai vicini. Così vale per l’”ulcera perforata”, per il “diabete”, per l’”artrite”, per il “cancro”, per l’”aneurisma”, per l’”ictus”, etc.

Al contrario, il Covid-19 è una malattia “diffusiva contagiosa”. Come diceva Ippocrate è “EPI” “DEMOS”, cioè “sopra il popolo” e , passando da un cittadino all’altro, può provocare debilitazione fino all’estinzione della Nazione.

Da queste esiziali conseguenze, deriva l’imponente crisi economica mondiale.

***

Nel 1.300 il popolo pregava il Buon Dio dicendo:

“A PESTE, A FAMINE, A BELLO… LIBERA NOS DOMINE”

“dall’epidemia, dalla fame, dalla guerra, liberaci o Signore”.

In queste 5 parole sono sintetizzate tutte  le “conseguenze” e le paure che abbiamo oggi.

La “epidemia” genera la “crisi economica” (famine).

In passato, l’alta mortalità portava al crollo demografico ed alla penuria di agricoltori per i campi. Ne derivava la “carestia”.

Nel 1.300, vi furono ben 4 seconde ondate epidemiche. La carenza di generi alimentari e di primaria sussistenza generava “violenza”; poteva essere quella del vicino che derubava il vicino o dei popoli confinanti che invadevano e depredavano i pochi cereali o gli animali rimasti. Anche le incursioni barbaresche sulle coste sarde coincidevano con i periodi di carestia.

Nel 1.300, il calo demografico in Europa fu imponente. Città intere si svuotarono ed immense proprietà terriere incolte divennero disponibili per chiunque se ne appropriasse. A causa dell’alta mortalità di maschi, le donne li sostituirono nel lavoro dei campi. Avvenne allora la “rivoluzione dell’aratro” a “versoio”. Gli agricoltori che aggiogavano i buoi, inventarono i finimenti a “collare” per il cavallo, molto più forte e maneggevole, e gli affibbiarono l’aratro. Vi fu, nel secolo successivo, la moltiplicazione dei raccolti e del bestiame; l’eccesso di produzione consentì lo scambio dei prodotti, e dal baratto si passò al “commercio”; questo produsse il “benessere” e l’arricchimento. Così si svilupparono le radici del “Rinascimento”.

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Altri radicali cambiamenti sociali avvennero dopo le epidemie di Peste e Vaiolo in Inghilterra ed Europa centrale: nacque la Prima Rivoluzione Industriale delle “macchine a vapore”. Quando poi esplose la Seconda Rivoluzione Industriale, delle “macchine a combustibile fossile”, vi fu la rivoluzione dei trasporti terrestri e marittimi, che incrementarono la crescita economica e posero le basi al 1900.

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Ciò che emerge da questa breve sintesi storica, è che, dopo la “pandemia”, compare una “crisi economica” che induce modificazioni del modo di produrre; questo viene adattato a contenere i guasti prodotti dal contagio. Si inizia a combattere la “crisi economica” quando si inizia ad imparare a “convivere” con l’epidemia. Il metodo per convivere con l’epidemia si apprende con: la “conoscenza” e la “precauzione”.

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Per far comprendere come si posizionano oggi gli imprenditori rispetto alla Storia Contemporanea è utile fare una premessa storica che può essere raccontata in 4 atti.

Primo atto (quando non si conosceva l’esistenza di virus e microbi e non esistevano i presidi)

Nel 1632 Rembrandt dipinse un olio su tela che si trova oggi esposto nel Museo dell’Aia. Gli olandesi di allora venivano in Italia ad imparare la Chirurgia, poi la importavano in Olanda. All’epoca del dipinto stava concludendosi la Peste di Milano raccontata dal Manzoni. Il dottor Tulp, incaricato dal suo primario, eseguì una autopsia sul cadavere di un impiccato per motivi di Giustizia. La dissezione cadaverica venne eseguita davanti ad altri 7 medici.

Quest’immagine ha il valore di una fotografia. In quei tempi i “dipinti di gruppo” venivano organizzati raccogliendo una somma di danaro per pagare il miglior pittore disponibile. Capitò Rembrandt. Nessuno immaginava che sarebbe diventato uno dei dipinti più famosi al mondo, e più citato nei testi di Medicina.

Si osserva il dottor Tulp con:

  • cappello nero a tese larghe, che descrive il cadavere che sta sezionando,
  • ampio colletto di pizzo in una camicia a sboffi,
  • mantellina nera, abiti eleganti adatti a una cerimonia,
  • mani nude,
  • assenza di mascherina sul volto.

***

In quei tempi i dottori non sapevano nulla sui microbi. Non erano stati ancora scoperti. Quindi quando i chirurghi eseguivano operazioni sul vivente, si presentavano in sala operatoria in abito elegante, nero, arricchito da pizzi e cappello. Quella era la divisa da lavoro.

Secondo atto (quando capirono che c’era qualcosa che provocava le suppurazioni).

Anno 1847. L’Ospedale Ostetrico migliore d’Europa era quello Imperiale di Vienna.

In quella clinica morivano di “sepsi puerperale” il 30 per cento delle donne che vi partorivano. Era un fatto considerato normale. Nonostante ciò le gravide a termine volevano essere assistite in quell’Ospedale famoso, ed erano così numerose che non riuscivano a trovare posto per il ricovero. Pertanto, davanti all’Ospedale, si era formato un accampamento di tende dove aspettavano d’essere ricoverate. Spessissimo finivano per dover partorire in tenda.

Il dottor Semmelweiss notò che le donne che partorivano in Ospedale, assistite dai Medici, morivano. Quelle che partorivano in tenda, no.

Aveva anche notato che i medici, prima di fare il giro delle visite nelle corsie, scendevano nei sotterranei ad eseguire le autopsie sulle donne morte il giorno prima.

Nota bene: in quei tempi i guanti del chirurgo non esistevano, così pure non esistevano le mascherine. I medici arrivavano al lavoro in corsia indossando abiti civili, come quelli che 200 anni prima indossava il dottor Tulp, e facevano le visite ostetriche transvaginali a mani nude. Le stesse mani che poco prima avevano dissecato i cadaveri.

Il dottor Semmelweiss sistemò, su un treppiede, un bacile riempito di “latte di calce” davanti all’ingresso della sua camerata di puerpere. Chiunque volesse visitare le sue pazienti doveva, prima, lavarsi le mani. Il risultato fu che le sue donne non morirono più, mentre quelle della corsie contigue continuarono a morire come prima. Oggi sappiamo che insorgeva una “sepsi puerperale” da streptococco, portato dalle mani di quegli ostetrici dentro l’utero delle poverette.

Semmelweiss scrisse una relazione per la Direzione Sanitaria e, per tutta risposta, venne licenziato. Tuttavia aveva fatto in tempo ad inviare la relazione alla Commissione Scientifica del Medical Imperial College di Londra. Lì venne presa in grande considerazione e, fatte le stesse verifiche, si scoprì che l’osservazione d Semmelweiss era fondata.

Questo fu il motivo che dette avvio al “lavaggio delle mani” tra i chirurghi di tutto il mondo.

***

Terzo atto: (dopo 10 anni si scopre che i microbi esistono)

Louis Pasteur fu il primo nella storia a dimostrare l’esistenza dei microbi. Era l’anno 1857.

L’infezione era la causa dell’alta mortalità che gravava sulle operazioni chirurgiche. 

La scoperta dei microbi pose, con impellenza, il problema della “Dis-infezione” e della “Sanificazione degli ambienti e degli strumenti” .

A risolvere il problema, fu il chirurgo Joseph Lister nell’anno 1867.

La mortalità dei suoi pazienti crollò.

Il metodo listeriano si diffuse in tutto il mondo.

E’ da notare che in quel tempo non si usavano ancora le mascherine chirurgiche e si continuava a operare a mani nude. Alla fine del 1800, i chirurghi operavano indossando gli stessi abiti borghesi con cui erano usciti da casa, cioè “redingote” e “frac”.

Nel 1894 il chirurgo William Halsted fu il primo ad usare i guanti di gomma.

Nel 1896 iil chirurgo austriaco Johann von Mikulicz Radecki pensò che le goccioline di saliva che gli uscivano dalla bocca mentre operava e parlava, potessero far infettare le ferite ed inventò le “mascherine chirurgiche di garza”.

***

Negli stessi anni iniziarono a comparire: camici, copricapo, sovrascarpe.

Nel 1900 le sterilizzatrici a vapore entrarono per la prima volta negli ospedali.

***

Dopo questi accorgimenti igienici la mortalità calò bruscamente e nacque la scienza dell’IGIENE e della PREVENZIONE basata su:

  • Lavaggio delle mani,
  • Disinfezione e sanificazione,
  • Mascherine,
  • Guanti,
  • Camici, copricapo e sovrascarpe,
  • Tute e schermi per il volto.

Situazione normativa al giorno d’oggi per il contenimento dell’epidemia      

Come classificare le norme di igiene applicate fino a due mesi fa nei luoghi di lavoro, di produzione, di commercio, e negli uffici pubblici e privati?

Risposta: «Il livello di sicurezza igienica era lo stesso che si vede nella “Lezione di Anatomia del dottor Tulp”».

I chirurghi hanno impiegato 270 anni per passare da quella fase descritta nel quadro di Rembrandt alla fase dei guanti, mascherina e lavaggio con soluzioni disinfettanti.

Oggi, per effetto dei DPCM di febbraio, marzo ed aprile del 2020, tutto l’apparato economico privato, l’Amministrazione pubblica, i Trasporti, le Scuole, il Sistema alberghiero e turisticodovranno apprendere le tecniche messe a punto dai chirurghi attraverso i secoli e dovranno farlo in pochi giorni. DISTANZIAMENTO, MASCHERINE, GUANTI, ISOLAMENTO, SANIFICAZIONI domineranno la scena.

Tutti dovranno:

  • Adeguarsi alle prescrizioni della legge n. 81 del 2008
  • Aggiornare il DVR (Documento di Valutazione Rischio) al “Rischio biologico” da Coronavirus.
  • Coinvolgere: RLST (Rappresentante Lavoratori Sicurezza Territoriale),
  • Coinvolgere: RSPP (Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione).

Adeguare l’igiene dei luoghi e delle persone alle norme contenute nel:

  • Circolare del ministero della Salute n. 5443 del 22 febbraio 2020,
  • DPCM del 26 aprile 2020
  • Ordinanza della Regione Sardegna del 2 maggio 2020.

Mario Marroccu

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Il prof. Robert Gallo è il più grande virologo vivente. Oggi i giornali riferiscono la sua opinione sul metodo da usare per uscire dall’epidemia. Egli sostiene: «Vacciniamo tutti contro la poliomielite e vedremo crollare la curva dei COVID positivi».

Questa è un’opinione. I giornali ci sommergono di opinioni. Spesso sono contrastanti. Per esempio qualcuno dice che la idrossiclorochina fa guarire, altri dicono: «No, ci uccide».

Le opinioni generano confusione e frustrazione.

Dobbiamo distinguere 3 tipi di notizie.

  • Quelle che provengono da opinioni.
  • Quelle che provengono da ipotesi.
  • La rivelazione di scoperte scientifiche.

La differenza sta in questo:

  • L’opinione è un’idea personale senza basi scientifiche,
  • L’ipotesi è un progetto che propone lo scienziato per la ricerca di una verità.

La scoperta scientifica, è la risultanza di una ricerca eseguita col metodo galileiano e cartesiano della prova e controprova. Il risultato del laboratorio di ricerca viene poi sottoposto alla revisione di più laboratori diretti da esperti mondiali. Alla fine si pubblica il risultato in riviste ufficiali.

Vi sono poi le verità inconfutabili, come le verità matematiche. Per esempio, è vero che il risultato della somma 2+2 è 4. Questa è una verità che non ha bisogno di prove di laboratorio.

Vi sono poi le verità storiche. Per esempio è vero che la Rivoluzione Francese iniziò nel 1789. Oppure è vero che Napoleone morì il 5 maggio 1821. Queste sono verità certificate dagli storici.

Oggi abbiamo un bisogno impellente di verità, e non di opinioni, perché dobbiamo prendere decisioni che cambieranno radicalmente la vita nostra e dei nostri cari.

Le verità disponibili sul Coronavirus sono molto poche. Si basano su dati empirici e non prevedono il futuro, esse sono:

  • A – il Coronavirus SARS2-COV19 è uno sconosciuto. Attualmente sono classificati circa 5.000 virus. Sappiamo che ne esistono ancora milioni, del tutto sconosciuti, da scoprire.
  • B – Non avendo avuto mai contatti con questo virus, la Specie Umana non ha difese immunitarie specifiche ma solo quelle generiche della risposta infiammatoria.
  • C – Si diffonde per via respiratoria.
  • D – L’80 per cento dei  contagiati ha pochi sintomi, o addirittura non ne ha.
  • E – Il restante 20 per cento, che finisce in terapia intensiva, si distingue in due gruppi. L’11,2 per cento guarisce, l’8,8 per cento muore.
  • F – In quel 11,2 per cento di guariti possono residuare sequele come la “fibrosi polmonare”. La degenza è molto lunga – 1 o 2 mesi -.
  • G – Non esistono farmaci efficaci contro il virus.
  • H – Esistono farmaci eccellenti contro il processo infiammatorio e la tempesta citochinica.
  • I – I primi due mesi di epidemia hanno provocato il collasso della Nazioni più potenti del Mondo.
  • L – Il vettore del virus è l’uomo.
  • M – L’unico modo per non contrarre la malattia è isolarsi dagli altri uomini.
  • N – E’ vero che ci sono 115 vaccini pronti per la Fase III ma non se ne  conosce l’efficacia.
  • O – Il 20 febbraio 2020 fu documentato il 1° caso a Codogno.
  • P – Oggi i casi accertati con tampone, perché sintomatici, sono 270.000. Di questi ne sono deceduti 23.000. Guariti 60.000.
  • Q – Non sappiamo quanti siano i portatori sani ancora asintomatici. Secondo l’Imperial College di Londra ed il prof. Galli del Sacco di Milano, dovrebbero essere alcuni milioni.
  • R – I pazienti sintomatici ricoverati sono, paradossalmente, meno pericolosi perché in isolamento.
  • S – Gli “asintomatici” portatori e quelli con la malattia in incubazione sono “molto pericolosi”. Da essi verrà il prossimo contagio.
  • T – L’unico modo per individuare i portatori-diffusori del virus è: fare il tampone a tutta la popolazione attuando un “censimento” dei portatori.

***

Gli elementi che disturbano nella valutazione dei provvedimenti da prendere sono le troppe opinioni e le troppe ipotesi senza fondamento scientifico. Per esempio, la dichiarazione martellante che con il caldo l’epidemia si attenuerà, perché i virus respiratori temono il caldo estivo. E’ un’opinione. Nessuno può dire oggi, come si comporterà il virus col caldo estivo.

La storia dice che la seconda ondata mortifera di Epidemia Spagnola del 1919 avvenne proprio d’estate.

Detto questo, le uniche difese che abbiamo sono: il distanziamento sociale, le mascherine, i guanti e l’isolamento.

Oggi, se uno di noi entra in un negozio non sa se gli altri clienti ed i venditori siano COVID positivi. Nel sospetto, dobbiamo portare sempre la mascherina ed i guanti, e mantenere le distanze. Così pure i venditori e gli altri clienti non sanno se noi siamo COVID positivi, per questo devono portare anch’essi la mascherina ed i guanti. Al rientro in macchina, dobbiamo disinfettare le nostre mani guantate ed il volante con gel alcoolico.

Questa precauzione riduce di 38 volte la possibilità di essere infettati, ma non elimina il rischio.

La situazione sarebbe del tutto diversa se noi, negli ultimi 7 giorni, avessimo fatto il tampone nasofaringeo per la ricerca dello Rna virale ed avessimo un referto di laboratorio che certifichi lo stato di COVID-Free.

Se anche gli altri clienti fossero tutti COVID-Free e lo fosse anche il venditore, ci sentiremmo sicuri e svolgeremmo le nostre attività commerciali con la necessaria cura del rapporto umano.

Naturalmente questo ragionamento dei tamponi a tappeto si dovrebbe estendere a tutte le imprese, agli uffici pubblici e privati, agli ospedali, alle scuole, ai mezzi di trasporto, ai teatri, ai ristoranti, agli alberghi, etcetera.

Questa affermazione non è un’opinione ma un’ipotesi scientifica, ampiamente sperimentata in Veneto. In quella regione, dove vennero individuate le prime Zone Rosse, oggi quei centri urbani sono COVID-Free.

Gli Istituti di Virologia pubblici stanno mappando tutti gli abitanti. Fino a ieri, i laboratori veneti stavano usando macchine che eseguivano 9.000 test al dì. Attualmente hanno messo in attività macchine olandesi che eseguono 30.000 test al dì. 

Analisi di un ipotetico screening adottabile anche nel Sulcis Iglesiente.

Il Sulcis Iglesiente ha avuto, fino a pochi decenni fa, un Sistema sanitario completo. Vi erano gli ospedali per le malattie mediche e chirurgiche generalied un altro ospedale nato per contenere un’altra malattia respiratoria contagiosa. Era l’ospedale Crobu, Preventorio anti TBC.

Oggi abbiamo in attività gli ospedali Sirai e CTO per le malattie non contagiose. L’Amministrazione comunale di Iglesias ha indicato il Santa Barbara come ospedale COVID.

Abbiamo ancora disponibile l‘ospedale-residence Crobu per i portatori sani.

***

  Contro questa Epidemia, che sta uccidendo gli uomini e l’economia, dobbiamo rapidamente attrezzarci.

In passato, per individuare i portatori sani di TBC si eseguivano questi test di screening:

  • RX torace,
  • Tubercolino-reazione intradermica secondo Mantoux,
  • Coltura delle secrezioni bronchiali per Bacilli di Koch.

Con questi referti il soggetto portatore veniva identificato ed inviato all’isolamento.

L’isolamento serviva a:

  • Salvaguardare la famiglia,
  • Salvaguardare i colleghi di lavoro,
  • Salvaguardare il prossimo.

Ciò venne fatto con successo e la TBC, che era endemica nel Sulcis Iglesiente, fu debellata.

In Veneto stanno seguendo lo stesso percorso.

Oggi non dobbiamo inventare proprio niente: si deve individuare ed isolare il portatore.

***

Se oggi, Primo Maggio 2020, acquistassimo lo strumento d’analisi dello RNA virale, di fabbricazione olandese, e lo affidassimo ai nostri laboratori, si potrebbe iniziare subito la ricerca a tappeto dei portatori in incubazione. Non abbiamo bisogno di nessuno, tranne che di un maggiore impegno dei medici di base, che verrebbero sacrificati per almeno un mese.

Nell’arco di una settimana, potremmo avere una mappa esatta dei portatori del virus ed avviarli alle cure.

Dopo 14 giorni, si ripeterebbe l’indagine per cercare i casi sfuggiti  al primo filtro.

Con la mappa in mano, potenziata dalla app Immuni, sapremmo tutti che nei negozi, nei ristoranti, negli alberghi, non correremmo rischi seri. Mascherine e guanti sarebbero, comunque, un valido supplemento.

***

In questa ipotesi, saremmo più liberi di ridare vita alle attività produttive, ai servizi e, soprattutto, all’attività turistica. Le nostre imprese turistiche fornirebbero un “valore aggiunto” inestimabile: il territorio COVID-Free.

Naturalmente il turista, presentandosi in Sardegna dopo aver eseguito i controlli di laboratorio, troverebbe qui un Sistema sanitario del Sulcis Iglesiente pronto a prenderlo in carico verificando, durante la sua permanenza, la sua integrità virologica. Cosa che gli farebbe un immenso piacere.

***

Dobbiamo cambiare rotta nella Sanità: chiudere per sempre la centralizzazione del servizio sanitario a Cagliari e riportare i Servizi nel Territorio. 

Mario Marroccu

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La prima ad offrirsi come “cavia” per testare il vaccino anti-virus “Sars-2-CCov19” è stata Elisa Granato. Giovedì 23 aprile si è fatta inoculare un vaccino sperimentale presso l’Istituto Jenner di Oxford.

Sappiamo che ha 32 anni ed è nata in Germania da genitori italiani; la sua lingua madre è il tedesco; parla fluentemente l’inglese in quanto studia come Biologa presso l’Università di Oxford; capisce l’italiano. Lei ed un altro giovane sono stati scelti fra 500 volontari sani. Adesso è in osservazione. Mattina e sera viene redatto un diario clinico sul suo stato di salute. Oggi, 27 aprile, sta bene. Tutto il mondo è in gara per la formulazione del vaccino più efficace e più tollerato. Al momento sono pronti, per essere testati, 115 vaccini. Tutti hanno superato la Fase I: è il test sugli animali di laboratorio. La Fase II comporta il test sull’Uomo ed è finalizzata a capire se possono comparire danni imprevisti, di vario grado, alla salute, dal lieve malessere al decesso.

Se la Fase II verrà superata si passerà alla Fase III, con l’inoculazione ad alcune migliaia di esseri umani. Se anche la Fase III sarà superata, e si sarà ottenuta una produzione di anticorpi efficace, si procederà alla produzione industriale del vaccino.

Quindi si passerà alla distribuzione ed alla vaccinazione di 7 miliardi e mezzo di esseri umani. I tempi saranno lunghi.

Stiamo ripercorrendo i passi storici descritti nei testi di “Storia della Medicina”, da Edward Jenner (1700), Robert Koch e Luigi Pasteur (1800).

Esiste una difficoltà nel preparare questo vaccino: il virus è poco immunogeno, cioè fa produrre anticorpi poco efficaci e poco duraturi. A questo punto è entrata in gioco la “genialità italiana”. Si è vista nella scelta fatta in un laboratorio di Biologia Molecolare di Pomezia. Il Coronavirus assomiglia un po’ allo HIV che muta troppo rapidamente e riesce ad ingannare il sistema immunitario.

Le scienziate e gli scienziati di Pomezia hanno astutamente fabbricato un “Cavallo di Troia” virale. Hanno utilizzato un “adenovirus” del raffreddore della scimmia e gli hanno messo “in pancia” un frammento di proteina di Coronavirus. In tal modo il  sistema immunitario è indotto a produrre anticorpi sia contro il virus della scimmia sia contro la proteina della capsula proteica del Coronavirus, uccidendoli entrambi. Si cerca di sapere se il trucco funziona.

Ce lo svelerà Elisa Granato.

La cittadina di Pomezia è grande come Carbonia e Iglesias messe insieme: 62.000 abitanti. Vi ha sede l’Istituto di ricerca “Advent IRBM Science Park”.

L’Istituto è fondato sui programmi di 4 società:

  • IRBM: studia nuovi agenti farmaceutici chimici o biologici;
  • Advent: sviluppa vaccini adenovirali per uso clinico;
  • Promidis è un consorzio pubblico-privato formato da CNR (Centro Nazionale Ricerche), ISS (Istituto Superiore di Sanità);

L’IRBM nacque nel 1990 dalla casa Fermaceutica Angeletti SPA,  dalla Americana Merk-Sharp e dall’italiana Sigma Tau.

Nel 2009 l’Azienda si fuse con l’Americana Schering-Plough, la quale decise subito dopo di dismettere quel ramo d’azienda con cui si era appena fusa. Da allora l’Azienda è totalmente italiana e di proprietà di Piero Di Lorenzo.

Oggi la collaborazione tra l’“Institute” della Oxford University e la Advent IRBM di Pomezia ha messo a punto il vaccino ed è iniziata la sperimentazione di Fase II su volontari.

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Un’altra donna, legata alla storia delle epidemie  e dei vaccini, è Lady Wortley Montague. Nacque nel diciassettesimo secolo, fu moglie di Edward Wortley Montague, ambasciatore inglese presso l’Impero Ottomano. Questa donna viene ricordata nei testi di storia della Medicina perché, durante la permanenza a Costantinopoli apprese la tecnica della “vaiolizzazione”.

In quei tempi a Londra il vaiolo era endemico ed esplodevano epidemie mortifere ogni 5 anni. Veniva colpito il 60 per cento della popolazione e il 20 per cento moriva. Morivano soprattutto bambini. Anche il virus vaioloso, come il Coronavirus, viene contagiato per via aerea attraverso l’aerosol prodotto dal fiato espirato dal portatore. Lady Wortley aveva notato che nel mondo islamico non si registravano epidemie così virulente di vaiolo. Lei attribuì il fenomeno all’abitudine dei musulmani di scarificare la cute dei bambini con pus estratto da pustole di malati in fase di guarigione. I bambini contraevano il vaiolo in forma leggera, poi diventavano immuni per sempre. Lady Wortley fece “vaiolizzare” i figli. Al rientro in Europa, essendo già nota tra gli intellettuali Illuministi per aver pubblicato opere letterarie, diede il via ad una campagna di informazione sulla “vaiolizzazione”. In questo fu sostenuta in Francia da Voltaire, e in Inghilterra dalla stessa famiglia reale. Tuttavia, il metodo non si diffuse sia perché alcuni soggetti “vaiolizzati” morivano, sia perché il metodo proveniva da un paese islamico.

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Nel 1798 il medico Edward Jenner pubblicò le sue annotazioni sulla tecnica da lui messa a punto: la “vaccinazione”. Egli da bambino era stato vaiolizzato col metodo islamico.

Aveva notato che le donne mungitrici si ammalavano del “vaiolo delle vacche”. Era una forma leggera di vaiolo che si limitava alla comparsa di pustole sulla cute delle mani. Egli notò anche che queste donne, durante le epidemie di vaiolo, non si ammalavano.

Forte della esperienza trasmessa da Lady Wortley, e avendo immaginato che il “vaiolo delle vacche” fosse un “cugino benigno” di quello dell’uomo, avviò una sperimentazione. Prelevò pus dalle pustole delle mani delle mungitrici e lo scarificò sulla cute di un bambino il cui nome  passò alla storia: James Phipps. Dopo un paio di mesi espose il bambino al contagio tra malati gravi di vaiolo e questi rimase indenne.

Dopo questo primo approccio, scarificò anche la cute di suo figlio di 8 anni. Il risultato fu identico. Ripetè ancora l’esperimento su altri soggetti e dimostrò definitivamente che l’inoculazione di agenti del vaiolo delle vacche protegge contro il temibile vaiolo umano.

Il termine “vaccinazione” sostituì presto la dizione di “ inoculazione da vaiolo delle vacche” e fu usato per la prima volta da un amico di Jenner in un opuscolo che dette alle stampe nel 1800. Successivamente, Pasteur propose di utilizzare, in onore di Jenner, il termine di “vaccinazione”per le nuove e future tecniche similari.

Il primo ad attuare  la vaccinazione di massa antivaiolosa sulle sue truppe fu Napoleone Bonaparte dopo la triste conclusione della Campagna d’Egitto. La Guerra d’Egitto, iniziata da Napoleone nel 1798, era stata gravata da una epidemia di “peste bubbonica” e questa fu una delle cause del suo fallimento. Successivamente Napoleone fallì anche la Campagna di Russia più per una grave epidemia di “tifo esantematico”, che decimò e indebolì le sue truppe, che per l’inverno russo. La malattia veniva trasmessa dai pidocchi.

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Nonostante gli evidenti effetti protettivi del “Vaccino”, il metodo  incontrò gravi difficoltà ad essere accettato dalla cultura del tempo. Si formò una forte corrente di opinione pubblica avversa alimentata anche da medici e uomini di chiesa. Questi erano gli antesignani degli “antivaccinatori odierni”. Essi sostenevano che la “vaccinazione” fosse opera di un complotto internazionale contro il popolo, allo scopo di “minotaurizzarlo” e renderlo succube a poteri occulti. La dietrologia antivaccinatoria ha radici lontane.

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Una donna eccezionale che ha fatto la Storia della assistenza infermieristica ospedaliera in corso di epidemie fu Florence Nightigale. Era anche lei di nobile famiglia inglese con radicate convinzioni religiose. Il padre fu uno dei fondatori della “Epidemiologia”. Essa stessa era particolarmente versata nelle Scienze matematiche e nello studio della “Statistica”. Classificava la “prevalenza” delle malattie e la loro “incidenza”; la “mortalità” e la “ letalità”, con un “istogramma” di sua invenzione: “L’istogramma circolare“. Lei rappresentava le percentuali statistiche, in modo figurato, con una “torta tagliata a spicchi”, dove ogni spicchio corrisponde alla percentuale; l’intero cerchio corrisponde al 100 per cento.

Florence apprese le nozioni di Medicina frequentando un ospedale di diaconesse luterane in Prussia. Era l’ospedale per soldati più avanzato al mondo. Le donne avevano capito che i soldati non morivano a causa delle ferite ma, nella maggior parte dei casi, per malattie contratte negli ospedali da campo. Ne derivò la messa a punto di tecniche di Igiene ospedaliera.

Nell’anno 1854 era in corso la “Guerra di Crimea”  tra l’alleanza formata da Inglesi, francesi ed ottomani, contro i Russi. Partecipò tra le potenze europee anche il piccolo Regno di Sardegna inviando 17.000 soldati sardi. In Crimea era scoppiata una epidemia di colera e tifo esantematico, e faceva molte vittime. I malati venivano trasferiti per nave, attraverso il Mar Nero, a Scutari, un sobborgo di Costantinopoli.

Florence Nightingale, con un gruppo di infermiere addestrate da lei, si fece portare a Scutari da una nave da guerra inglese. Trovò che la mortalità tra i soldati ricoverati in quell’ospedale da campo era altissima. Sappiamo che in quell’occasione morirono 3.000 soldati sardi, quasi tutti per l’epidemia. Florence studiò il campo-ospedale; rilevò la percentuale di feriti e di contagiati; studiò i focolai di contagio e trasformò le informazioni in numeri e grafici statistici. Risultò che la “mappa” della maggiore “incidenza” indicava come responsabile un luogo dove non c’era un drenaggio fognario per le acque sporche. Inviò la relazione al vice-Primo ministro in patria e ottenne finanziamenti, mezzi ed ingegneri per costruire un corretto impianto fognario e di depurazione delle acque. In breve al mortalità calò del 50 per cento.

Rientrata in patria pubblicò i suoi studi di statistica sanitaria e divenne famosa nel mondo. Venne invitata a corte dalla regina Vittoria ma vi si recò solo dopo aver osservato un periodo di “quarantena” nel proprio domicilio, dove non permetteva neppure alle sorelle a alla madre di avvicinarsi. Tale era la consapevolezza dell’importanza dell’autoisolamento per chi proviene da una zona “rossa” epidemica.

Successivamente gli Americani, impegnati nella sanguinosa “Guerra di secessione”, la convocarono e le affidarono il compito di addestrare un esercito di infermiere da far scendere in campo. Fondò l’Ordine delle infermiere americane.

Non si sposò mai. Seguì la sua “mission” sino alla fine.

Era nata a Firenze il 12 maggio 1820. Morì a Londra nel 1910 e fu decisa la sua tumulazione nella Cattedrale di Westminster ma, per suo volere, la famiglia la fece seppellire nel cimitero di “Margareth of Antioch”.

Quest’anno è il bicentenario della sua nascita. Gli Ordini professionali del personale infermieristico di tutto il mondo l’hanno dedicato a lei.

A maggio cade l’anniversario di Florence Nightingale e nello stesso mese passeremo dalla Fase 1 alla Fase 2 dell’epidemia di Coronavirus. Oggi la sua capacità statistica nel classificare il fenomeno epidemico ed il suo rigore nelle scelte di “Igiene ospedaliera” sono  di grande aiuto.

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Da febbraio 2020 ad oggi abbiamo visto molte donne-scienziato scendere in campo contro il virus. Abbiamo visto come i laboratori di ricerca dove si allevano virus e microbi siano gestiti quasi esclusivamente da donne. Secondo i giornali, sembra che il virologo più apprezzato sia la professoressa Ilaria Capua, che dirige un Istituto di Virologia a Miami.

Numerosissime sono le dottoresse rianimatrici ed infermiere impegnate in un corpo a corpo contro il virus.

Fuori dagli ospedali vediamo le donne sostenere le famiglie, i bambini, i nonni, ma anche alleviare ai giovani e agli adulti la prova dell’isolamento e della sospensione forzata dal lavoro.

Qui nel Sulcis, nei momenti più critici per la mancanza di “presidi” come le mascherine, vi è stato un movimento spontaneo di donne che hanno preso l’iniziativa di cucire le mascherine chirurgiche in quantità tale da soddisfare l’esigenza di Ospedali e delle famiglie.

Adesso inizia la fase più dura: si passa dalla fase di “fuga” alla fase di “attacco” al virus. L’ha iniziata, ad Oxford, un’altra donna: Elisa Granato.

Mario Marroccu

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Con l’epidemia da Coronavirus dell’anno 2020 stiamo vivendo un fenomeno storico che non verrà dimenticato nei secoli futuri.

Gli antichi chiamavano l’epidemia PEIUS”, che significa “la peggiore” malattia; da lì deriva la parola PESTE. Con questo termine sono state indicate tutte le epidemie del passato.

L’epidemia più famosa della Grecia Classica fu quella di Atene nel 430 avanti Cristo, raccontata da Tucidide.

Allora, come oggi non c’erano medicine curative. Questo fatto ci accomuna a tutte le Epidemie precedenti.

IPPOCRATE (V e IV Secolo a.C.), che inventò la Medicina scientifica dei professionisti, dispensò consigli e formule terapeutiche per tutte le malattie ma, davanti alla peste, consigliava ai suoi allievi medici:”FUGE, LONGE, TARDE”. Cioè: «Fuggi subito, vai lontano, torna il più tardi possibile».

GALENO, che fu in assoluto il più grande medico della storia, visse nel II secolo dopo Cristo e conobbe da vicino la “PESTE ANTONINA” del 165.  Egli stesso racconta che fuggì da Roma, abbandonando l’illustre suo paziente, l’imperatore Marco Aurelio, e si rifugiò a Pergamo (nella attuale Turchia) per alcuni anni. La peste arrivò anche a Sulci. Si sa che in tutto l’Impero Romano la peste provocò un danno demografico imponente.

Pochi anni prima, nel 127 d.C., era morto, per martirio, nella popolosa città di SULCI, il medico cristiano ANTIOCO.

Secondo la perizia anatomopatologica eseguita dal professor Paolo Mazzariello, Antropologo presso l’Università di Sassari, il corpo di Antioco venne inumato secondo l’usanza del tempo. Dopo alcuni anni le ossa vennero riportate alla luce e riposte in un ossuario lapideo. L’ossuario venne allogato in una catacomba cristiana, derivata da un ipogeo punico. Su quell’ipogeo venne poi edificata l’attuale Basilica. La sepoltura, secondo la Legge Romana, si trovava “extra-muros”, poi, dopo il 313, venne trasformata in una sede ufficiale per la pratica del culto cristiano ed inglobata in seno alle mura della città. 

La venerazione di Sant’Antioco fu mantenuta anche durante l’occupazione vandalica della Sardegna iniziata nell’anno 456 dopo Cristo. I Vandali, ariani, rispettavano i santi cristiani beatificati anteriormente al Concilio di Nicea. La loro venerazione per il Santo è attestata dalle tombe vandaliche trovate dietro l’abside della Basilica, dove scelsero di farsi seppellire. Vi sono testimonianze evidenti dei rispetto mantenuto nei confronti di quel luogo di culto anche nelle tombe di guerrieri Vandali trovate sotto le fondamenta delle case vicine alla sede della tomba del Santo, contenenti ossa umane, armi e perfino lo scheletro del cavallo di battaglia.

In quei primi secoli la città di Sulci venne radicalmente cristianizzata tanto che i suoi Vescovi parteciparono ai Concili di Cartagine, probabilmente dal III secolo, al tempo di Cipriano, fino al V secolo con Sant’Agostino. Esiste, nei documenti conciliari, il nome di un certo Vescovo Vitale di Sulci.

Ciò conferma l’importanza della Cattedra Sulcitana eretta sulla tomba di Antioco.

Una volta che i Vandali vennero spazzati via dalla storia ad opera del generale Belisario, arrivarono i Bizantini nell’anno 535 dopo Cristo. L’arrivo dei Bizantini in Sardegna ebbe un effetto simile a quello che provocato dall’arrivo di Cristoforo Colombo e degli Spagnoli nelle Americhe che inconsapevolmente recarono con sé il Vaiolo e il Morbillo. Qui arrivò la peste.  Così la città di Sulci, dopo aver conosciuto la “Peste Antonina” che era durata 15 anni, conobbe anche la “PESTE DI GIUSTINIANO” del 541 dopo Cristo.

Fu una Pandemia che imperversò in tutto l’Impero e durò due anni. Lo storico Procopio di Cesarea riporta che al culmine dell’epidemia morivano, nella sola Costantinopoli, dalle 5.000 alle 10.000 persone al giorno. Fatti i debiti rapporti si può immaginare cosa avvenne nella città di Sulci. La popolazione si rifugiava nel conforto della religione cristiana e, già allora, Sant’Antioco ne era l’eroe. In quei giorni a Sulci erano presenti i Monaci Basiliani, giunti dalla lontana Costantinopoli a testimoniare il messaggio di san Basilio. Questi era il Vescovo  che per primo ideò una struttura ospedaliera destinata agli appestati e a tutti i derelitti: la Basiliade.

I Monaci Basiliani avviarono la cristianizzazione di tutta la Sardegna, ancora in gran parte pagana, e venne diffuso il culto di Sant’Antioco martire, medico e difensore dalla peste.  Sorsero chiese ovunque. Tutt’oggi, a distanza di 1500 anni da quell’epidemia, il culto del santo è testimoniato da 68 chiese a lui dedicate, e dalla attualità del suo nome, assieme a quello di Basilio, nelle tradizioni familiari di tutta la Sardegna.

Furono tante le morti di quell’epidemia che, come racconta Procopio, «non si trovavano più luoghi dove seppellire i morti, e i cadaveri dovevano spesso essere lasciati all’aperto». Le crude immagini della peste suscitate da Procopio le abbiamo riviste, ai giorni nostri, in quelle colonne di camion militari che lasciavano gli Ospedali di Bergamo e Brescia per condurre le troppe salme nei vari impianti crematori della Lombardia. A causa dell’impossibilità di trattarle tutte, alcune sono state trasferite anche in Sardegna.

Racconta ancora Procopio che Giustiniano dovette promulgare nuove leggi per snellire le procedure legate alle pratiche ereditarie, che raggiunsero un picco causato dalle innumerevoli morti.

Di questa crisi sanitaria dell’Impero approfittarono gli invasori GOTI che, penetrati in Italia, devastarono Roma. Fu tale la contrazione demografica subita da Roma a causa dell’epidemia che i Goti ben presto perdettero interesse per la Città e l’abbandonarono.

Si suppone che nella Sardegna Bizantina, e quindi a Sulci che assieme a Carales era la città più popolosa, il danno demografico sia stato simile.

La città di Sulci sopravvisse e si riprese, tanto che divenne il porto militare della flotta cristiana Bizantina del Mediterraneo occidentale. Proprio da lì i Bizantini partirono per radere al suolo la città di Rades, nell’attuale in Tunisia, che sorgeva vicino a Cartagine. A causa di questa aggressione, che «suscitò molto scandalo in tutto il mondo islamico, fino a La Mecca e Bagdad» nell’anno 704 una flotta musulmana attaccò Sulci. Da allora la città uscì dalla Storia.

Nel testo “ARABI E SARDI” di Mohamed Bazama, si parla di quell’attacco a Sulci, e viene citata anche la depredazione della chiesa del Santo. Poi, secondo una storia leggendaria riferita da autori musulmani il Santo, offeso, causò il naufragio della flotta. Per rappacificarlo i musulmani portarono, per anni, olio prezioso per le lampade della tomba del Santo.

Nei secoli successivi l’isola si spopolò in quanto gli abitanti, per sfuggire alle incursioni saracene, si distribuirono in altre sedi ma la fama del Santo, invocato come protettore dalle  epidemie e dall’aggressione dei pagani, rimase radicata nei Sardi.

Nell’anno 1096 l’edificio della Basilica venne occupato e ristrutturato dai Monaci Benedettini Vittorini di Marsiglia. Era l’anno in cui il Papa, benedettino francese di Cluny, Urbano II, avviava l’epoca delle Crociate. Il nostro Santo e la sua Basilica erano quindi ben noti ai Benedettini, organizzati in una formidabile rete di monasteri in tutta Europa. Dopo 9 anni i Benedettini se ne andarono.

La Basilica del Santo tornò sotto il controllo del Giudicato di Carales. Il potere di intercessione di Antioco era talmente sentito dai Giudici che Torchitorio e Nispella donarono l’isola al Santo.

Nel 1347, l’anno della “PESTE NERA”, l’isola di Sulci era spopolata e la venerazione del Santo si praticava ormai a Tratalias, nella neonata città pisana di Iglesias e nella rocca fortificata di Carales. Qui, la fede nel Santo Antioco rappresentò un formidabile strumento di supporto morale per la popolazione, rarefatta dal morbo. A supporto di questa affermazione esistono documenti d’archivio che testimoniano l’esistenza della forte venerazione per Antioco. Venerazione attestata dalla pratica dagli imponenti pellegrinaggi del popolo sardo alla Sua tomba Nel secondo Lunedì dopo Pasqua, l’affluenza di fedeli all’isola era tale che i preti arrivavano a celebrare fino a 3000 messe in un solo giorno.

Nel 1300, oltre all’epidemia resa famosa dal Boccaccio, vi furono altre 4 epidemie di peste. Nel 1400 le epidemie furono 3. La peste si ripresentò nel 1500 e nel 1600. Poi nel 1700 vi furono focolai endemici. Nel 1800 scomparve.

Sulla fede dei Sardi nella intercessione di Sant’Antioco per far cessare la Peste, esistono diverse documentazioni pittoriche. Ho ricevuto dal massimo esperto sull’arte pittorica riguardante Sant’Antioco, dottor Roberto lai, le foto di alcune immagini. Risalgono tutte al 1500, quindi antecedenti il ritrovamento delle Reliquie del Santo avvenuto nel 1615. Una di queste rappresenta Sant’Antioco assieme a San Rocco.

San Rocco è il Santo protettore dalla Peste venerato in tutto il mondo. E’ il patrono degli appestati, dei contagiati, degli operatori sanitari e dei Farmacisti.

E’ il santo più invocato nel Medio Evo. “A famine, a Peste, a Bello , libera nos Domine”.

San Rocco nacque a Montpellier nel 1346, e morì a Voghera nel 1376. Era devoto a San Francesco d’Assisi, e lo imitava assistendo molto umilmente i malati meno avvicinabili, i più evitati da tutti.

Avendo saputo di una nuova epidemia di peste in Italia, partì dalla Francia e, percorrendo la “via Francigena” e “Romea”, arrivò a Roma. Era la peste del 1368; si prodigò per seppellire i morti e assistere gli ammalati ma non si ammalò, segno certo della sua santità. Dopo la sua morte la Chiesa lo dichiarò Santo Taumaturgo.

Nell’opera pittorica inviatami il Santo Medico Antioco è raffigurato in compagnia di san Rocco, che è il massimo intercessore in caso di peste; ciò vuole significare l’esistenza di una   cooperazione fra i due in quella specifica funzione.

Un altro quadro, del 1594, rappresenta Sant’Antioco con i Santi Cosma e Damiano.

Questi Santi, nati nel II secolo in Cilicia, sono Santi Medici, e sono i patroni di: Medici, Chirurghi, Farmacisti, Dentisti.

I simboli che recano in mano sono: la palma e il libro, esattamente come Sant’Antioco. Inoltre fra i loro attributi vi sono gli strumenti chirurgici.

In alcuni dipinti Sant’Antioco è rappresentato con la palma, il libro, e un borsellino contenente le ampolline per farmaci e unguenti. Erano i preparati galenici estratti dai semplici. I “semplici” erano le erbe dell’orto botanico che ogni medico ippocratico curava.

Un’altra immagine di opera pittorica cinquecentesca, che ho ricevuto assieme alle altre, rappresenta “Sant’Antioco a cavallo”, che si dirige ad Alghero per proteggere la città dalla peste che decimò la popolazione nel 1582-1583.

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Quest’anno 2020, a causa dell’epidemia di Coronavirus, non ci saranno le antiche manifestazioni religiose in onore di Sant’Antioco, Martire e Medico Sulcitano.

Non potremo rivivere un rito millenario che chieda al Santo la Sua intercessione. Perderemo un raro caso di archeologia vivente. Ci mancherà.

Mario Marroccu

Seguono le immagini d’archivio possedute dal dottor Roberto Lai ed un estratto della relazione già pubblicata in Annali sulcitani e sul web, dello stesso Roberto Lai.

…Ѐ palese, inoltre, come il ritratto del santo realizzato da Scano Baciccia, ai primi del Novecento, nel medaglione della volta nella chiesa di San Bernardino a Mogoro, sia una copia fedelissima di questa tavoletta. Il santo sulcitano viene rappresentato imberbe e con una capigliatura riccia, non frequente nella sua ricca iconografia tradizionale, abbigliato con tunica scura e pallio rosso. Tiene in mano la palma, segno del martirio, il libro e un borsellino porta-unguenti che ci riconduce alla sua professione di medico. In questo stesso modo è raffigurato anche nel Retablo di Sant’Anna di Girolamo Imparato, nella chiesa del Carmine a Cagliari, e nel simulacro ligneo seicentesco del Museo Diocesano di Arte Sacra di Ozieri26. A riguardo, poi, del porta-unguenti, viene spontaneo il confronto con il polittico custodito nella Purissima a Cagliari, realizzato da Antioco Casula nel 1594. In esso, Sant’Antioco risulta affiancato dai Santi Cosma e Damiano, entrambi medici come lui; mentre uno reca in mano un’ampolla, all’altro pende dal fianco un oggetto simile a questo del S. Antioco della tavoletta di Mogoro. Anche nel grande retablo che un tempo si trovava nella chiesa di San Giorgio a Perfugas, è raffigurata una borsa analoga, dalla quale San Girolamo si accinge a prendere un medicinale per curare la zampa di un leone.  
Nella foto di copertina, il retablo di Sant’Antioco nella chiesa della Purissima. aI lati del Martire sono raffigurati i santi medici Cosma e Damiano.